Il Natale che sarà. I pensieri di Stefano Mecorio

Il Natale dell’Arenone, si sa, non è un Natale come tanti. E tra complottisti e quelli che festeggiano prima, il Natale che sarà oggi ce lo racconta il nostro Greg, al secolo Stefano Mecorio. Con il suo solito incredibile stile. Anche a Natale. 

 

A capotavola di solito era seduto il nonno. Chilogrammi netti quarantadue. Baffi e cappello compresi. Seduto sereno. Scherzoso. E con fare sciolto. Status diametralmente opposto rispetto al ruolo macigno che la società fallocentrica gli avrebbe voluto appioppare.

O magari se ne fregava e basta lui. Dei ruoli. Delle posizioni. E del Natale. Perché al nonno in fin dei conti credo che delle festività non è che importasse poi molto. Che tanto mezzo stomaco se lo era giocato in un’operazione maledetta. E poi non era più cresciuto. Per pigrizia. Per poca fame. E perché il vino ingrassa il fegato. Non lo stomaco. E oltretutto lui alle ventuno da prassi pippava già sul divano. E sticazzi se la cena andava avanti ancora tre ore. Il capitano salutava tutti e puntualmente abbandonava la nave. Fatelo voi il capotavola se preferite. Che io c’ho sonno e la panza piena. Buonanotte.

Comunque a casa nostra si è sempre festeggiato più il ventiquattro che il venticinque. Credo sia un discorso legato al pesce. Che ci stuzzica meglio della carne. E oltretutto per Natale si stava a pranzo da una nonna e a cena da un’altra. E tra zii che diventavano importanti solo quel giorno e zii che non lo erano manco quello ma toccava di invitarli per forza finiva sempre che la giornata si trasformava in una maratona. In un Calvario.

La Vigilia invece era più fica. Almeno per me. A pranzo digiuno. Che il baccalà lo mangio solo da quando frequento i Paesi Baschi. Insieme alle acciughe. Che così posso dire che adesso sono famose ma io le mangiavo già quando erano solo roba da marinai o da frequentatori assidui di bar e osterie. Cosa che unita all’amore per i Paesi Baschi fa tanto poeta e altrettanto dannato. I ceci invece li apprezzo che saranno sì e no tre anni. Perché ho scoperto che le minestre strette sono buone. E perché in un discorso culturale di rispetto dell’alimentazione e degli alimenti sto scremando carne e pesce e infittendo proprio i legumi. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo al Natale invece. Anzi alla Vigilia. A pranzo un dramma. A cena tre ore senza pausa di pescado e prosecco. Pesce e pesce e pesce come se domani svuotassero il mare. Roba da crepare. Che poi crepare per festeggiare uno che è crepato per noi sarebbe un paradosso non da poco. Eppure succede a tutti. Sempre. Succede ogni Natale. Ogni santo Natale.

Tranne questo. Già. E a quelli che hanno festeggiato il 20 perché poi il 24 chiudono tutto auguro trentasei giorni di cacarone a schizzo.

Questo Natale sarà diverso. Pare. Come poi è stata diversa Pasqua ma nessuno si è lamentato. Lì eravamo ancora eroi. Giovani e belli. Pronti a sacrificarci per chi verrà dopo di noi. Adesso invece no. È Natale. E ci girano le palle perché ci hanno detto di rimanere a casa. Ce lo hanno imposto. Cattivi. Che dietro sicuramente ci sta il complotto. E forse è colpa di quello della Mela. O magari sono quelli che producono i vaccini che ancora non ce li vogliono dare perché più poveri siamo più ci tengono in pugno. Che è una teoria talmente tanto assurda che tra le mille senza senso vomitate negli ultimi tempi è quella che mi piace più di tutte. Almeno fa ridere più del 5G. E non devi manco cambiare il decoder.

Io penso invece che il Covid possa essere letto come un’opportunità. O quantomeno un segnale. Il segnale chiaro che così le cose non possono più andare avanti. Che abbiamo fallito. Siamo lontani dall’obiettivo. Se ancora cerchiamo panettoni e torroni il focus non ci è chiaro per niente. Se ancora ci lamentiamo per queste cazzate meritiamo l’estinzione.

Ciò che è successo e ciò che succederà sempre più spesso in futuro è frutto delle nostre scelte scellerate. Di quanto abbiamo dato per giusto e per normale negli ultimi cento anni. O si volta pagina. O si soccombe. E quando qualcuno ce lo dice abbiamo paura di confermarlo. E preferiamo rifugiarci dietro le scuse più inutili.

E quindi niente. Se penso a come vorrei che fosse il Natale non saprei. Non saprei manco se mi interessa più di festeggiarlo il Natale. Che tanto credere credo poco e il pesce lo mangio di meno rispetto a prima.

Vorrei solo vivere in pace e in armonia con ciò che vedo e tocco intorno a me. E vorrei che lo facessero tutti. Abbandonando il superfluo. Il futile. Le perdite di tempo. E tornando a sorridere senza mascherine.

Auguri.

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