Il Natale che sarà. I pensieri di Sarah Ercolani

Un Natale in bianco a nero, allegoria di una vita da mediano. Anzi no, di una da vecchio libero, di quello che oggi mica li trovi più là dietro nelle retrovie. Sarah Ercolani, giornalista e grande amica de L’Arenone, ci racconta oggi il suo Natale che sarà: un Natale che è come una partita giocata sulla linea difensiva, attenti al fuorigioco, con prudenza. Ma sempre in direzione ostinata e contraria. 

Uno scatto in bianco e nero di Sarah Ercolani (foto di Simona Poncia)

Il gusto del Natale in bianco e nero.

E’ questa la latenza malinconica dei panettoni che non ho ancora mangiato, dei canditi che non ho ancora scostato.

Questa la misura di un pomeriggio -quello del 24- senza l’ansia del dì di festa.

Se dovessi definire lo stato d’animo che alberga nel tepore di questa casa addobbata a puntino, direi che assomiglia molto a quello che i tifosi provano alla fine di un derby finito sullo 0 a 0. Un poco onorevole sospiro di sollievo misto ad un risentimento riottoso per quella palla spaziale che non è finita in porta.

Insomma, una parvenza di quello che avrebbe potuto essere e non ènel bene e nel male; ovvero una festa che, facendo virtù dell’ipocrisia, ci rende davvero – solo per qualche ora – più pasciuti e felici.

La sensazione prevalente di questo clima natalizio è quella di una partita di calcio giocata con i tempi degli scacchi; uno sfiancamento fisico che sta corrodendo anche la lucidità mentale; acido lattico e respiro corto che non si esibiscono semplicemente in crampi e fiatone ma contraggono in spasmi i pensieri, togliendo ossigeno al cuore.

Potrei definirlo così: un Natale catenaccio.

Vissuto certo all’italiana, ma senza la poesia di mister Viani che s’illumina d’immenso mentre vede issare sulle barche una rete aggiuntiva, quella capace di catturare i pesci scampati alla prima; magari privo della magia spiccia deEl Paròn – il grande Nereo Rocco – che con cadenza triestina rispondeva “speremo de no!” quando gli allenatori delle squadre più “forti” gli auguravano “che vinca il migliore”.

Albero di Natale con “cervo che esce di foresta” (in memoria del grande Boskov)

 

 

 

Un catenaccio più scialbo, dunque, con una copertura sufficientemente efficace, ma senza il vero sprint di una gloriosa ripartenza. E però -cristo santo- questa è proprio la nostra partita. Affrontata con risorse scarse, con uno scarto tecnico notevole rispetto ad altri Paesi, eppure con un guizzo quasi coraggioso e dirompente. Che non sono mica gli altri ad aver fatto del “Libero” la cifra del gioco.

E’ vero, questo è un ruolo di un tempo – non solo calcistico  che non c’è più, fatto di cazzimma e carisma, di denti stretti e muso duro. Di lotta passionale per non essere vinti. Del ¡No pasarán!”.

Ma se è vero che il 25 – come ogni soleggiata domenica invernale – altro non è che un’occasione condivisa di nostalgia per un affiatamento e una passione andate, per i figli cresciuti e i nonni invecchiati, allora così passerò io questo Natale.

Giocandomela da libero che interrompe l’avanzata dell’avversario, che riduce l’efficacia dell’attacco nemico spazzando via il pallone in area.

Così lo passeremo un po’ tutti. Sulla linea difensiva, attenti al fuorigioco. Difensori atipici con potenzialità di registi da offensiva.

Perché certe volte le partite vanno sopportate anche così, senza fantasia, con prudenza e ostinazione.

Perché certe volte, si vince al 90’+2’ e certe volte si arriva addirittura ai rigori.

Perché poi, alla fine, je faremo ‘l cucchiaio anche se non vestiamo la 10.

E sarà Natale tutti i giorni (o non sarà Natale mai).

Sarah Ercolani (Spizzicaluna)

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