Il Natale che sarà. I pensieri di Federico Meschini

Oggi è Federico Meschini a confidarci i suoi pensieri. Docente di informatica applicata alle discipline umanistiche all’Università degli studi della Tuscia, autore di testi e soprattutto affezionato lettore dell’Arenone. Federico ci regala una riflessione intima, ricordi e considerazioni, tra il Natale di una volta e il Natale che sarà. 

Le pensi tutte. Addirittura che non sarà veramente Natale. Non può esserlo. Non è nell’ordine delle cose. Va trovata una soluzione. Ma d’altro canto quest’anno è stato (ed è ancora) così strano, così assurdo che ancora tutto può succedere. Che so, il 24 dicembre andiamo a dormire e la mattina dopo ci ritroviamo in un altro giorno, in un altro tempo. Come Corto Maltese, che alla fine di “Favola di Venezia” chiede di “entrare in un’altra storia in un altro luogo”. Oppure come nel 1582 (quasi 1600) quando, per introdurre il calendario Gregoriano, una parte del mondo occidentale si addormentò il 4 ottobre e si risvegliò il 15 dello stesso mese. Dal 5 al 14 ottobre sarebbe potuto succedere di tutto, ma non successe niente. Ecco, se si potesse scegliere una parola per rappresentare il 2020 potrebbe essere proprio questa: tempo. A ben pensarci è stata (ed è) tutta una questione di tempo. Per poter correre più veloci del virus abbiamo dovuto rallentare tutto, tanto che, specialmente nel primo lockdown, i giorni e le settimane si confondevano tra di loro. Il tempo sembrava essere scandito solo dall’appuntamento giornaliero collettivo con il bollettino della protezione civile, che era diventato la preghiera vespertina dell’uomo contemporaneo. Un tempo dilatato, di cui però ci siamo dimenticati subito, rituffandoci nei nostri ritmi abituali, forse troppo presto, forse con l’illusione che tutto sommato potevamo far finta che non fosse successo niente, ed ecco perché ora rischiamo di trovarci di nuovo in una situazione simile. A pensarci però, le feste, e il Natale che è la festa per eccellenza, servono proprio a questo. A rallentare il tempo, e a ricordarci della sua ciclicità, dell’eterno ritorno. Sono una sorta di tagliando annuale, un momento per fermarsi e riflettere e in cui i ricordi si sovrappongono e si mischiano. Ogni Natale è diverso e al tempo stesso si assomiglia. E questo vale per tutti. L’esplosione combinatoria dei Natali. Forse è proprio questa la sua ricchezza. L’essere al tempo stesso uguale e diverso, un qualcosa di personale e universale. È questo a farci paura del Natale 2020? Il fatto che sarà spaventosamente simile e vuoto per tutti? Che non potremo sorridere della solita sciarpa ricevuta in regalo o dello zio buontempone che grida ambo al primo numero estratto della tombola? Di ciò che ci dà sicurezza. Vogliamo normalità, vogliamo il Natale. Quello di una volta.

E sappiamo già che non sarà così. Speriamo che lo sarà in futuro, ma non ne siamo certi. Ecco la cosa che ci fa paura più di ogni altra. Ma c’è anche qualcos’altro. Natale è l’inizio della fine. Il passaggio al nuovo anno, ed è un modo intimo e delicato di iniziare a celebrarlo, laddove il conto alla rovescia del 31 dicembre è fracassone, goliardico e lascia il tempo che trova. Il Natale è trasformazione, e anche per chi non è credente negli anni sono state scritte numerose storie su questo, dalle molteplici versioni di Ebenezer Scrooge, che in una notte infinita passa dal dire “Bah, fandonie” a “Dio ci benedica tutti quanti”, all’appuntamento televisivo con la versione moderna de “Il principe e il povero” che si svolge a Wall Street e ha come oggetto la quotazione del succo di arancia. A ognuno di noi mancherà qualcosa del Natale cui siamo abituati. Anche a chi non lo festeggia, a chi non lo sente, perché non potrà lamentarsi come tutti gli anni. Potrà dire che non gli cambia niente, ma è il primo a sapere che non sarà vero. Per questi motivi il Natale 2020 sarà indimenticabile per tutti. E su questo ci sono pochi dubbi. Ma allo stesso modo non dobbiamo dimenticarci di chi in altre circostanze, se il 2020 fosse stato un anno diverso da quello che verrà ricordato sui libri di storia, lo avrebbe festeggiato. È vero, difficilmente potremo stare vicino a chi vogliamo bene. Però possiamo provare a fargli sentire la nostra vicinanza. Non ci mancano certo i mezzi. Sì, non è la stessa cosa, ma cosa lo è da quando abbiamo imparato a superare i limiti del qui e ora? Forse questa è la risposta. Ecco cosa è il Natale, la celebrazione di una storia da cui a sua volta ne sono scaturite numerose altre, per arrivare fino a noi, che ogni anno per una notte facciamo nostro questo racconto, ne entriamo a far parte e lo condividiamo con gli altri, o con il loro ricordo. Ecco, se questo è il senso del Natale, o perlomeno uno dei possibili sensi che possiamo dargli, allora neppure quest’anno strampalato potrà togliercelo.

Buon Natale. A tutti quanti.

Federico Meschini

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