Ciao Aldo..

di Cristina Pallotta 

Ti eri messo in posa. Per la foto che stavo per scattarti. Una delle tante domeniche di inverno al Richiastro di qualche anno fa. Prima della tua barba bianca spiccano i tuoi occhi azzurri. Sorridenti. “Eh ma sul telefono io mica ci fo niente. Io vojo la fotografia, quella vera!”. “Eh Aldo, hai ragione. Te la faccio stampare”.

Non era domenica se non arrivavi con il tuo vassoio di paste comprate da Casantini. Dopo essere passato da Schenardi, quando c’era Schenardi, per un aperitivo con il 103. Arrivavi al Richiastro e ti sedevi al tavolo “di famiglia” all’ingresso, e scattavano le chiacchierate con il tuo caro amico Cesare, tra un insulto in amicizia e un piatto di lombrichi, in attesa della crema a fine pranzo. Tante volte mi hai raccontato di quando, da giovani, con mia zia Lidia andavate ai veglioni di carnevale all’Unione. Alle feste, alle serate cittadine. Ogni volta per me era un po’ come avvolgere un nastro e vivere con la mente qualcosa di mai vissuto. Di non conosciuto, ma familiare. Tra persone che più volte avevo sentito nominare da mia madre, luoghi visti solo a distanza di decenni. Poi il discorso finiva sempre sui negozi del Corso. E da figlia di commercianti con il negozio al Corso, giù a “la svolta”, non potevo che ascoltarti, ascoltarti e ascoltarti ancora. 

“Nonno Aldo”. Ti piaceva farti chiamare così dalla “piripicchia”. La “piripiccchia del Richiastro”. Le hai dedicato un tuo dolce pensiero, su un pezzo di carta. L’hai raffigurata con un cappellino decorato, in una mano un cestino, nell’altra dei fiori. Sopra un sole grande. Che splende. Insieme a lei un cagnolino. Il nostro. Immaginato a modo tuo, con una coda lunga e il muso a punta. Un disegno semplice, che conserverò, che conserveremo, dentro quella cornice dove sta già da diversi mesi, in quel luogo a te caro. 

E così ieri te ne sei andato. Ti sei portato via segreti, aneddoti, storie. Pettegolezzi. Un pezzo della Viterbo di un tempo. Un patrimonio di memoria e ricordi. Quel tuo modo di vestire stravagante, che tanto mi piaceva, la diceva lunga sul tuo modo di vivere. Libero. Come il tuo spirito. In questi ultimi mesi la tua vita è cambiata. Un po’ troppo. Molto più di quanto è cambiata a noi in questo anno balordo, impietoso e maledetto. Sono sicura che quella vita, la tua, quella che hai sempre scelto e vissuto per 90 anni, ti mancava. Eccome se ti mancava. E allora continua a viverla quella tua vita. Ora puoi farlo di nuovo. Caro Aldo, non ho fatto in tempo. Non ho fatto in tempo a stamparti quella fotografia. È rimasta solo sul mio telefono. Ora è tardi, non serve più stamparla. E allora eccola qui. Accanto a queste mie parole per te. Ti sarebbe piaciuta molto. E forse avresti sorriso, proprio come quella volta, sotto quei baffi bianchi e dietro quella barbona lunga e un po’ arruffata. Buon viaggio Aldo. 

 

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