“Nuovi contagi come schiaffi”. Il comandante della Polizia locale di Tuscania Luana Brachino, il cuore oltre la divisa

di Luana Brachino

Che le nostre vite avrebbero subìto una drastica sterzata verso una direzione ignota e oscura, a causa di un microscopico virus, è stato evidente sin dai primi giorni di marzo, prima ancora che i decreti del presidente del consiglio dei ministri ci relegassero definitivamente in casa.

I notiziari riferivano numeri crescenti di vittime e contagi e i reparti di terapia intensiva negli ospedali del nord Italia erano dati al collasso. Quella che fino ad allora era stata definita una semplice influenza stava diventando un pericolo sempre più concreto e vicino. Era arrivato il momento di agire, di far comprendere ai miei genitori e ai miei figli l’imminenza del rischio, che occorreva blindarsi in casa, creare una bolla che fosse il più possibile impenetrabile. Era necessario rimodulare, rivedere spazi e consuetudini, dare nuove priorità. Ho benedetto a lungo la mia abitudine di tenere in casa scorte di ogni genere che mi ha permesso di potermi diligentemente tenere lontana dai supermercati che frequento abitualmente e di ridurre drasticamente gli acquisti.

I primi conti li ho fatti quindi a casa, dove vivo con genitori e figli, i primi nel loro appartamento, sopra al mio, e i secondi con me. La cosa più difficile è stato far comprendere, giungere fino a dove non erano ancora arrivate le costanti notizie, toccare le corde giuste con i toni giusti. Insomma dovevo proteggere chi ha protetto me per cinquant’anni. E anche chi ho portato in grembo, anche se da allora sono passati quasi tre decenni. Vicini ma lontani. Locuzione perfetta. Ci siamo noi per loro e loro per noi, ma a distanza.

Abbiamo aumentato le distanze perché io, sì proprio io, mi sentivo, mi sento, ero e sono un pericolo per loro. ‘Sta storia della positività asintomatica, considerato il posto in cui lavoro e non solo certamente, mi inquieta e non poco. 

Quando ho preso il comando della polizia locale di Tuscania, pochi mesi fa, immaginavo un esordio diverso: mi vedevo alle prese con gli eventi e le iniziative di ogni genere che, in questo periodo e per tutta l’estate, vivacizzano e animano Tuscania, paese dalle incommensurabili bellezze storiche e artistiche, dai caratteristici locali, dalle vie gremite di visitatori e turisti.

Invece mi sono ritrovata a fare i conti con decreti e ordinanze, a revocare ferie e riposi, in nome di un fronte comune: arginare, contenere, limitare, educare, esortare. Combattere il virus. Esserci.

In questo splendido paese le notizie del numero crescente dei contagi che arrivavano ogni giorno erano come schiaffi. Ci si chiedeva come poteva essere possibile. Il confronto con gli altri comuni della provincia e lo stesso capoluogo metteva paura. Tuscania ha mantenuto il suo primato ma ha tenuto, con la forza e la determinazione di popolo di matrice etrusca.

Sono stati giorni terribili. Ho visto e vissuto la preoccupazione e l’impegno di chi amministra che con tenacia e caparbietà ha guidato il paese, senza mollare un solo istante. Io fiera di esserci.

Niente mi ha impedito ogni giorno di percorrere quei chilometri, pronta a sfoderare la mia più che fondata autocertificazione in caso di controllo, su una strada sempre più deserta, dove ormai i veicoli che incontro si contano sulle dita di una mano. Quei venti minuti all’andata e al ritorno non li spreco mica: riordino le idee, allineo i pensieri, rientro nel ruolo che mi aspetta a destinazione.

Sono per natura un’ottimista. Cerco sempre l’aspetto positivo di tutte le situazioni, soprattutto quelle che mi piovono addosso e che subisco. Anche in questo caso mi sono data da fare, con risultati più o meno accettabili. Rientrare a casa e trovarci ogni volta tutti i miei amori ha avuto un peso decisivo, anche nel vedere questa situazione come un’opportunità che in altro modo non sarebbe stata concessa.

La prima cosa che ho fatto è stato collocare le nostre esigenze in una piramide, dove al vertice si pone inesorabilmente la vita, la salute. E poi a seguire il resto. E quando ho vacillato e visto vacillare è bastato tornare e far tornare a quella piramide, a capire e a far capire cosa è veramente importante.

Ci siamo ritrovati tutti a casa, senza la consueta frenesia. Parlare. Tanto parlare, del presente, del futuro, tra dubbi tremendi e incertezze scottanti. Vivere. Vivere noi. Vivere la casa. Apprezzare come non mai lo spazio verde che la circonda. Troppe cose ci perdiamo riempendoci la vita e le giornate di tante cose più o meno necessarie.

Protagonista indiscusso del nostro lockdown è stato Malù, il cane di casa, impavido jack russell, l’unico in definitiva veramente contento della situazione, felice di vederci tutti a casa, con la certezza di trovare sempre qualcuno disposto a tirare la sua adorata palla e a elargire bocconcini fuori pasto. Il mio nano peloso, sette chili di gelosia e invadenza, un concentrato di pura energia, inconsapevole fonte di sorrisi e risate.

Questo periodo è servito. E anche tanto. È servito a conoscere laddove c’era da conoscere. Uno squarcio di cui potevamo fare a meno, che mai avremmo scelto. Ma è successo. Nessuno voleva fermarsi, nessuno voleva trovarsi con le giornate improvvisamente vuote, nessuno voleva fare rinunce e subire costrizioni. Ma è successo. Questi giorni sono diventati un’occasione per scavare nell’anima, toccare il fondo e trovare quello che sapevi già.

Le giornate sono scorse, lente e regolari, scandite dai bollettini locali delle ore 13 e quelli nazionali delle ore 18, attesi con trepidazione e speranza. Numeri crescenti e scene drammatiche. Sensazioni e emozioni che resteranno sempre nella mente e nel cuore. Abbiamo dovuto rivedere i nostri comportamenti, misurare spazi e creare distanze, proteggerci e proteggere, fare delle mascherine e dei disinfettanti oggetti di uso comune, considerare gli altri come un potenziale pericolo e considerarci a nostra volta un potenziale pericolo per gli altri.

Poi finalmente, lentamente, si intravede uno spiraglio. Comincia a diminuire il numero dei decessi e dei contagiati e a aumentare il numero dei guariti. La pressione nelle terapie intensive si attenua e i reparti covid cominciano a svuotarsi. La strada è ancora lunga e serve ancora impegno e sacrificio, ma finalmente si intravede una piccola luce.

Guardo indietro e vedo i due mesi appena trascorsi scanditi dal ritmo quotidiano del lavoro e dalle poco entusiasmanti questioni domestiche, con giorni uguali l’uno all’altro, susseguitisi anonimamente. Una vita senza virgole, senza quelle pause che ti fanno riprendere fiato. Tutto scorre anche senza, ma tutti sappiamo quanto le virgole hanno il potere di cambiare senso e significato a ciò che si scrive o legge.

Certo è che le virgole non si collocano al vertice della mia piramide ma la prima cosa che farò #quandotuttosarafinito, quando ogni cosa tornerà al suo posto, sarà rimettere quelle virgole al loro posto, riprendermi le mie pause, respirare fino in fondo, insieme alle persone che amo. Andare al mare, godere del suo potere rilassante, ammirare la sua forza incontrollabile, respirare il suo odore, osservare il suo incessante movimento, sentire il rumore delle onde. Cercare il bello in ogni luogo e immortalarlo con una foto. Assaporare paesaggi e sapori sconosciuti. Rivedere le mie amiche e non rimandare più.

Perché nel frattempo niente ha impedito a una nuova stagione di fare il suo corso, di esplodere con i suoi fiori, i suoi odori e i suoi colori, regalandoci, nonostante tutto, la più bella primavera degli ultimi anni.

Luana Brachino – comandante Polizia Locale Tuscania

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