Il bagno al mare, il disastrato ordine dei giornalisti e l’Italia salvata dagli italiani. Riflessioni in tempi di pandemia

di Nicola Savino

Voglio andare al mare. Sì, quando tutto sarà finito (perché prima o poi finirà tutto questo) la prima cosa che farò sarà andare al mare. E se il clima lo permetterà fare il bagno e prendere il sole e poi starmene sulla sdraio a leggere il giornale.

Insomma, vorrei riprendere quella sana abitudine di qualche anno fa quando un mesetto in riva al mio adorato Ionio non me lo toglieva nessuno. L’anno scorso per ragioni di salute la stagione balneare saltò completamente; adesso rischia di accadere lo stesso per colpa dello stramaledetto vermetto. Ma non mi piace il mare per appuntamento o a comando. Il mare è sinonimo di libertà e dunque non può essere vincolato da orari e condizionamenti vari. Capisco e accetto le ragioni della sicurezza, ma io non ci sto e quindi aspetterò che la situazione si tranquillizzi del tutto, ma a quel punto l’estate sarà molto probabilmente già finita in archivio.

Intanto maledire il draghetto coronato è un modo di dire: dovremmo maledire noi stessi che abbiamo violentato la natura per secoli ed ora paghiamo il conto: la natura si vendica. E fa bene. Cerchiamo di non dimenticarlo quando tutto sarà finito (perché prima o poi finirà tutto questo). Ma il confinamento ha i suoi lati positivi. Per esempio, ho scoperto che tanti possiedono insospettabili conoscenze nel campo della virologia, dell’epidemiologia, delle misure di prevenzione per il contagio. Scienziati di fama che dispensano il loro sapere a piene mani.

E poi stare molto tempo a casa mi consente di leggere molto di più e soprattutto di riflettere. E allora mi accorgo con tristezza di quanto mediocre sia l’informazione nostrana, composta purtroppo molto spesso da copiatori e incollatori di professione, da persone che esercitano impropriamente il mestiere di giornalista (pur essendo regolarmente iscritte al disastrato Ordine professionale) in quanto vivono di tutt’altro, di ignorantoni senza arte né parte, di presuntuosi che si beano del titolo di “direttore” e che di fatto dirigono solo se stessi.

Certo, ci sono le dovute (e sparute) eccezioni. Chi cerca in qualche modo (con limiti e carenze, sicuramente) di dare una visione più ampia, di cercare una storia o una notizia e poi di scriverla merita rispetto. La stragrande maggioranza si limita a copiare e incollare. Lo facevano normalmente in tempo di pace: impensabile che possano cambiare abitudini in tempo di pandemia. Il gusto di scrivere è arte antica e nobilissima, ma non è da tutti. Qui non si cercano novelli Manzoni: basta solo sapere utilizzare le più banali regole di grammatica. Soggetto-predicato-complemento. E magari tener presente che il congiuntivo non è una malattia degli occhi. Quando tutto sarà finito (perché prima o poi finirà tutto questo) se ne ricordino i potenziali inserzionisti quando costoro andranno a pietire un briciolo di pubblicità, offrendola a prezzi stracciatissimi.

Ciò che mi infastidisce di più è la suddivisione manichea: ci sono i favorevoli a prescindere e i “bastiancontari”, sempre a prescindere. Due categorie che riescono ad essermi urticanti ancor più delle zanzare di notte. Gentuncola che naturalmente non sa distinguere i fatti dalle opinioni (primo caso) o che spaccia qualunque stupidaggine per scoop clamorosi (senza pezze d’appoggio, ovviamente).

Ma non è che a livello nazionale le cose vadano tanto meglio: il signor Feltri stavolta l’ha fatta proprio fuori dal vaso: se non si è d’accordo con la sua opinione sui meridionali basta non acquistare il suo giornale, senza aspettare il procedimento disciplinare del (disastrato) Ordine dei giornalisti.

E mi rendo ancor di più conto di quanto sia complessivamente inadeguata la nostra classe dirigente. A tutti i livelli, pur con le dovute (e sparute) eccezioni. Colpe e carenze sono sempre degli altri. Mai uno straccio di autocritica, mai un ripensamento: meglio scaricare le responsabilità. Magari sui tecnici, dimenticando che quelli sono stati messi lì dai politici. E ancora lo scontro permanente e totale tra Stato, Regioni, Enti locali, imprenditori, sindacati, organismi di categoria: tutti contro tutti. A prescindere e magari solo in base alle convenienze del momento e all’appartenenza partitica. Spettacolo indegno di un Paese civile che conta ogni giorno centinaia di morti.

Una delle conseguenze è un insieme di decreti, norme, regolamenti, circolari emanati ad ogni livello e talvolta persino in contrasto tra loro. Oltre che scritti nel peggior burocratese possibile. Esattamente il contrario di quanto servirebbe in questo momento. Non solo, ma è ancor più preoccupante l’assenza di una leadership riconosciuta e autorevole che sia in grado di indicare il percorso per venirne fuori. Quando tutto sarà finito (perché prima o poi finirà tutto questo) bisognerà porre mano alla ricostruzione di un’Italia in ginocchio, anzi forse completamente sdraiata. Serviranno visione e idee chiare (oltre che tanti soldi): piccole cosucce che oggi latitano del tutto. Perché non esistono maghi e prestigiatori che con un colpo di bacchetta risolvono tutto. La nostra Italia la salveranno gli italiani e non i politici (di qualunque colore).

#quandotuttosarafinito (perché prima o poi tutto questo finirà) voglio semplicemente e solamente andare al mare.

Nicola Savino – giornalista, direttore www.ilpuntoquotidiano.it

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