“Torneremo a fidarci di Dio”. La croce. Per rinascere

Era posizionata da qualche giorno su piazza San Lorenzo. Una croce grande. Davanti al palazzo dei Papi. In attesa del venerdì santo. In attesa della Crocifissione di Gesù.

Era un’immagine forte. Da conservare. Scattai un paio di foto. Era il pomeriggio dell’8 aprile del 2017. Non sapevo ancora che l’indomani sarebbe stato uno dei giorni più importanti della mia vita. La pubblicai la domenica mattina una di quelle due foto. L’altro ieri mi è capitata tra i ricordi. Quella croce. L’altro ieri. Venerdì santo. Ma quest’anno quella croce, grande, non è su quella piazza. Quest’anno, quella croce, è un po’ sulle spalle di tutti noi. Ogni giorno. Da più di due mesi. Ma ci stiamo “curando”. L’Italia ha scelto di curarsi. Stando a casa. Centellinando le uscite. Mantenendo le distanze. Distanti da tutti. Anche dai nostri familiari. Distanti, a volte, anche da noi stessi. Senza più un abbraccio. Senza più un contatto fisico. Soli. Ma forse mai così vicini. Nel pensiero. Nel cuore. Nell’anima. “Abbracciati da cieli grandi”.

Quella croce, la vera croce, la porta chi sta dentro un letto di ospedale. Solo. La portano i familiari di quei pazienti che stanno dentro quel letto di ospedale. O peggio ancora, i familiari di tante persone che se ne sono andate. Sole. La vera croce la portano tutte quelle persone che indossano un camice. E che ogni giorno provano a restituire la vita a quei malati. Soli. In attesa di vivere. In attesa di morire. Quella croce. La Crocifissione. Per poi attendere la Resurrezione. La Resurrezione di un popolo stremato. Di un Paese in ginocchio. Istintivamente il mio pensiero torna a poco meno di un mese fa. Era il 16 marzo quando scrissi un comunicato su un accorato appello a stare a casa. Le parole erano quelle di un bergamasco. Un messaggio audio. La voce era di Diego Foresti, il direttore generale della Viterbese.

Da qualche giorno era tornato dalla famiglia, in quella città che in pochi giorni si era trasformata in un inferno. Quelle parole, però, riecheggiano ancora nella mia mente. State a casa. Alla fine di quel suo messaggio ci chiese di sentirci un po’ cittadini bergamaschi, un modo per fargli sentire la nostra vicinanza. Io quella voce rotta dal dolore non l’ho dimenticata. E non la dimentico. E forse dovremmo tutti riascoltare quelle sue parole. E riflettere. Prima di uscire solo perché fuori è primavera. Eccole. 

https://youtu.be/PZYh91fxBNk 

“Questi giorni cambieranno i nostri giorni”. Le nostre abitudini. Le nostre tradizioni. E sono già cambiati, i nostri giorni. Giovedì scorso mi è mancato quel banco. Quelle letture. Quei canti. Quei canti con la chitarra. La mamma di Tatiana davanti a me, che immancabilmente mi salutava. Come se fosse stato un appuntamento. La sera dei sepolcri. La chiesa di Sant’Angelo. Mi concedevo un’ora. Un’ora di pace. C’era un brano che mi piaceva tanto. Che ogni anno riconoscevo. Per ricordarmelo meglio, lo scorso anno, appena rientrata a casa, mi ero appuntata delle parole. Convinta che quest’anno le avrei ritrovate e riconosciute. Quest’anno, quell’appuntamento in chiesa con la mamma di Tatiana, i canti, le preghiere, non si è rinnovato. In piazza San Lorenzo quella grande croce non c’è. Venerdì sera Don Emanuele non ha potuto far rivivere ai viterbesi la suggestiva rievocazione della Crocifissione davanti al palazzo dei papi. A San Pietro, a Roma, la piazza era vuota. Un Papa senza fedeli attorno. Una via Crucis nel cuore di tutti coloro che hanno ascoltato all’interno delle proprie case. Oggi è Pasqua. Il giorno della Resurrezione di Gesù. E proviamo a pensare che sia l’inizio di una resurrezione dell’anima. La nostra. Ferita. Addolorata. Fragile. Impaurita. Che sia la resurrezione di un Paese. Il nostro. L’Italia. E allora adesso fate una cosa. Mettete gli auricolari. E alzate quel volume del vostro telefono. Ascoltate questo brano. Alcune parole che avete appena letto, che non a caso ho voluto virgolettare, sono parti di alcune strofe del brano cantato dalla voce di Roby Facchinetti, dedicato alla città che piange più vittime. 

Le parole di questa canzone le dobbiamo sentire bene dentro le nostre orecchie. Dentro la nostra testa. Le immagini. La musica. Fanno venire quel groppo alla gola. Gli occhi gonfi. Le lacrime che scendono ogni volta che la ascolti.

Bergamo rinascerà. Rinascerà, caro Diego. Rinascerà la vita per i bergamaschi. E simbolicamente questo brano è la canzone di tutti. Di tutti noi. Che vogliamo rinascere. Insieme alle nostre città. “La tempesta che ci travolge” prima o poi dovrà finire. E finirà. Tutti noi dobbiamo crederci. Tutti noi dobbiamo e possiamo curare questo nostro Paese malato e sofferente. Oggi è Pasqua. E magari, proprio da questo giorno di resurrezione, con quella croce sulle spalle, “torneremo a fidarci di Dio”.

 

 

 

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