Quando tutto sarà finito

Quando tutto sarà finito. Un pensiero ricorrente. Per sopravvivere. Andrà tutto bene. Un messaggio di speranza. Di grandi e bambini. Scritto ovunque. Sulle vetrine dei negozi, sui portoni, sui terrazzi. Persino sul cuore.

Intanto fuori è primavera. Ma lei non lo sa. La primavera non sa che quest’anno non avrà la stessa accoglienza di sempre. Le rondini arriveranno, ma non le saluteremo come sempre, alzando lo sguardo al cielo mentre passeggiamo per il centro. Tutto è fermo. Tranne i nostri pensieri. Tranne il numero dei contagi. Siamo spaventati. Siamo vulnerabili. Siamo fragili. Abbiamo paura. E per la prima volta non ce ne vergognamo. Anzi. Cerchiamo conforto l’uno con l’altro. In una telefonata. In un messaggio agli amici. Anche quelli che non senti da tanto. Anche quelli che abitano in giro per l’Italia. Cerchi conforto in uno sguardo rubato dietro ai vetri della finestra. In un saluto con gli occhi lucidi mentre porti tua figlia sotto casa dei nonni. In uno sguardo di un passante che come te sta portando fuori il cane. Ci serve il conforto. Altrimenti l’angoscia ti logora. E non te lo puoi permettere. 

E a quell’angoscia personale che hai come madre che deve proteggere la propria figlia, e come figlia che deve aiutare i propri genitori, grandi e un po’ ammaccati, per fortuna insieme a una sorella, devi fare i conti con il tuo lavoro. E devi scrivere. Devi informare. E quella che è l’ordinaria comunicazione istituzionale, è diventata da giorni comunicazione di emergenza. Signori, si chiude. Si chiude tutto. Tutto ciò che è anticipato dai decreti del governo lo ritrovi amplificato in città, da ordinanze e altre disposizioni. Stop a mercati. Uffici comunali chiusi. Sanificazione nelle strade. Cimiteri chiusi. Serrande abbassate per bar, negozi, ristoranti. Cancelli chiusi a Pratogiardino e in tutti i parchi. Tutto chiuso.

Ed ecco l’impatto con la realtà. E con una città sconosciuta. Che si presenta con un altro volto. Una città spogliata. Vuota. Nuda. E silenziosa. Quasi lo stesso silenzio dei giorni di neve. Quasi lo stesso se non fosse per quel dolore che hai nell’anima. Ma è una città sempre bella la nostra Viterbo. Anche in questo momento.

Altre notizie arrivano da Luca, il collega della Asl. I suoi comunicati sono i più temuti. Ci stanno i dati. I casi positivi. Le indicazioni. Gli aggiornamenti. E poi i bollettini dello Spallanzani. Le notizie della Regione Lazio, del Ministero della salute. E i comunicati di don Emanuele, con le notizie della diocesi. Stop alle messe in chiesa. Per fortuna la tecnologia ci consente di ricevere la benedizione via Facebook. E ti aggrappi a quelle poche buone notizie che girano sul web. Notizie nel cui titolo è scritto Vaccino contro Covid19, Nessun contagio a Codogno, farmaco per curare i pazienti contagiati, o cose di questo genere. La sera, prima di andare a dormire, apri per qualche istante la finestra per ascoltare. Ascoltare la tua città. Ascoltare la voce di quel silenzio surreale. Ti metti al letto col timore di quello che sarà il giorno successivo. Il timore che si registrino nuovi contagi e che tra quei contagi ci sia qualcuno vicino a te. Un inferno. E continui ad aspettare. Continui ad aspettare che quella maledetta sveglia suoni. Che ti butti giù dal letto e metta fine a quell’orribile incubo che stai vivendo. La mattina arriva. Ma l’incubo rimane. Così come rimane la paura di leggere le prime notizie del giorno. 

Siamo in ginocchio. Nel fisico e nello spirito. E come abbiamo scoperto un altro volto della nostra città, ognuno di noi ha conosciuto una parte di sè che non sapeva esistesse. La paura, il coraggio. La pazienza. La voglia di scappare. L’ottimismo. Il pessimismo cosmico. Ci lascerà ferite questa vicenda. Addosso. Sulla pelle e nell’anima. Usciremo tutti cambiati da questa tempesta.  

Tante volte penso a quando sarà tutto finito. 

Quando tutto sarà finito, respirerò. Mi fermerò per respirare. Per accorgermi che sto respirando. Perché voglio sentire l’aria della mia città rientrare nei miei polmoni. L’aria di un giorno di sole. L’aria di un pomeriggio di primavera con le rondini. Libera. Senza la paura di pensare se qualcuno prima di me quell’aria l’ha infettata. Libera. Di guardare negli occhi mia figlia senza doverle nascondere la mia paura. Libera. Di abbracciare i miei genitori. Le stesse persone per cui tremi al solo pensiero che possa accadergli qualcosa. Libera di baciare il mio compagno. Di guardare il cielo e respirare. 

Respirare quel profumo nell’aria. Quell’aria finalmente pulita. Quell’odore che non scorderemo più. Perché sa di primavera. Di una nuova stagione. 

E tutto questo lo sai in anticipo. Ti convinci che sia così. Perché ti fa stare meglio. Perché ci porta la mente per un attimo fuori da questo inferno che è il presente. L’inferno del silenzio. 

Ti convinci che sia così. Perché ti dà quell’attimo di pace che ora non hai. Perché ti dà quella vitale speranza che ora ti serve per andare avanti senza perdere la testa. E il cuore fa meno male se pensi anche solo per un attimo che “andrà tutto bene”. Che ci rialzeremo. E forse saremo un po’ tutti migliori. Quando tutto sarà finito. 

 

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