Due anni senza Andrea. Il ricordo di Emanuele Faraglia

Due anni senza Andrea. Oggi sono due anni che Arenone ci ha fatto lo scherzo bastardo di andarsene. In questo maledetto 22 gennaio abbiamo deciso di ricordarlo attraverso le parole di un collega, Emanuele Faraglia, che qualche tempo fa una mattina dal nulla se ne è uscito con questo pezzo/lettera dedicato ad Andrea. Lo trovate qui di seguito, insieme a tutto il dolore che traspare per una perdita che nessuno di noi, no, è in grado di colmare.

Andrea Arena


Ciao, balenottero!

Cazzo se mi manchi. Stamattina, alle 6,30 sono caduto giù dal letto e, anche se non ci crederai manco pel … di cui sopra… ho pensato , tra le altre cose e stupidaggini, anche a te, balenottero che non sei altro.

Ti chiamavo così , ma, ci tengo a sottolinearlo – che non sono un bullo – solo in risposta al fatto, per niente simpatico , che tu mi chiamavi “sempliciotto”. Era l’estate , o la primavera? O l’autunno ?!? Oppure… chissenefrega , del 2006, ci eravamo appena conosciuti in una redazione di giornale, una delle tante spazzate via dalla cosiddetta “crisi” alla quale io, e forse conoscendoti neppure tu, con quel modo scanzonato e leggero di prendere la vita e le sue idiozie, non ho mai veramente creduto.

Già, ero arrivato al Nuovo Oggi Viterbo (o Nuovo Viterbo Oggi? Ancora oggi c’ho il dubbio mannaggia a me) e tu fosti uno dei primi a prendermi sotto la tua ala protettiva, diciamo pure alone – non quello del sudore delle ascelle sulle camice – perché forse mi vedevi un po’ spaurito o forse perché scrivevamo entrambi di calcio, quella sì una malattia vera, altro che quella bastarda che t’ha portato via. Si scrivevano i “pezzi” della Viterbese e a quel tempo c’era Rambo Rambaudi alla guida di un manipolo di ragazzi, da Gagliarducci a Ingiosi, da Mannucci a Fimiani, che retrocedettero miseramente e meritatamente in Seconda Divisione, l’attuale serie C. E lì sono rimasti a lungo, a quanto pare.

Tu invece sei volato in cielo, hai preso l’ascensore, hai tolto il disturbo, ma, ahinoi, ci hai privato anche di quel tuo inconfondibile e unico modo di prendere tutto e tutti per il culo. Eri fatto così, non ci riuscivi proprio a prendere le cose sul serio. Anzi no, una cosa c’era, ed era proprio lo scrivere. E scrivere di Viterbese, in particolare, quella era la “tua” Viterbese, così, quando il direttore mi affiancò a te, tu incominciasti forse a odiarmi un po’, ed eccolo lì, il sempliciotto che mi lanciasti contro come un bambino che lancia un sasso al compagno che gli sta rubando un pezzo della merendina.

E quanto diavolo mi mancano quei tuoi pezzi ironici che ho ritrovato negli anni a seguire sui vari quotidiani e periodici… Un giorno ci incontrammo ad una delle tante – sempre troppe – conferenze di politici locali e tu, ad un certo punto, visto che invece di due candidati se ne presentavano tre, te ne uscisti fuori con “Allora più che un ballottaggio è un trillottaggio!” che ancora adesso, mentre scrivo, mi fa spaccare dalle risate…

Ma di ridere ora non ho più voglia, mi fa strano pensarti da qualche parte, perché so che ci sei, e, in fondo in fondo, penso ancora che da un momento all’altro spunterai fuori, a passeggio per la tua Viterbo. E magari finirà come quella volta che, quasi per sbaglio ci incontrammo in una pizzeria di via dell’Orologio Vecchio. Era un po’ che non ci vedevamo, ma fu una delle serate più divertenti della mia vita, a bere e scherzare, a ridere e prendersi e prendere per il culo. Perché, alla fine, che senso ha prendersi troppo sul serio?

 

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