Tra salvianiani e antileghisti alla fine l’unico vincitore è Checco Zalone

Sono andato a vedere “Tolo Tolo” il film di Checco Zalone e ho riso. Sì, lo ammetto, ho riso dell’Italia che mai come in questo caso è stata ridicolizzata. L’Italia malata di ideologismo, l’Italia eternamente divisa a metà, quella che su Facebook evidenzia tutti i limiti del buon senso, dell’indipendenza di giudizio.

 Come se l’età dei lumi in realtà non fosse mai esistita e in parte continuasse a sopravvivere un medioevo che lotta insieme a noi. E chi scrive è tutto meno che un anti medievalista.  Apri Facebook e leggi post di italiani pronti ad elogiare Salvini per aver starnutito la mattina appena alzato, per aver mangiato pane e Nutella, per aver detto il giorno dopo di non mangiare la Nutella perché fatta con le nocciole turche, (la coerenza non è di questo mondo). Durante le feste si è raggiunto il top, con gli alberi di Natale social addobbati con le palle di “Salvini presidente”, con “Salvini presidentescritto sulle etichette dello spumante di Capodanno; e dulcis in fundo con l’augurio di un 2020, non ricco di salute, ma di successi leghisti. Dall’altra l’Italia che odia il leader leghista, che vorrebbe vederlo morto, che gli augura tutto il male del mondo e che al nome abbina costantemente una bella immagine di ciò che la mattina esce quando si sta comodamente seduti sul water.

 

Ebbene, in un’Italia divisa fra chi è pronto a dire di aver visto volare un somaro soltanto perché Salvini ha detto che possono farlo, e chi ha come immagine del proprio profilo l’ex ministro dell’Interno appeso a testa in giù come Mussolini, ecco che Checco Zalone è riuscito a vincere la sfida del botteghino. E come? Facendo tutti contenti e fessi.

Passando nel giro di pochi giorni, da più schifoso prodotto del marciume cultural-leghista a miglior testimonial dell’anti-salvinismo. Perché il film, presentato grazie ad un trailer “ingannevole” come irridente e critico nei confronti dell’immigrazione scatenando le ire dei benpensanti, in realtà è una plateale presa in giro del motto “prima gli italiani”. E basta leggere i post o i tweet dei tanti leghisti o simili passati in poche ore dalla difesa del Zalone “anticonformista” e simbolo dell’italiano vero, agli attacchi contro “Zalone zozzo comunista”,per rendersi conto di come l’attore sia riuscito a mettere a nudo l’Italia di oggi.

Un’Italia pronta a giudicare un film, non dalla sua visione come sarebbe opportuno avvenisse, ma seguendo la spinta ideologica dei propri leader e influencer di riferimento. Così ecco che, quello che fino ad un minuto prima scriveva post dicendo di andare a vedere il film di Zalone perché contro l’ipocrisia buonista pro immigrati, ne diventa il principale censore. Il tutto dopo aver appurato che il tanto sbandierato primato degli italiani è ridotto a macchietta di fronte al Zalone che, preso dai colpi di sole nel deserto, ascolta trionfante e in posa da Duce la voce di Mussolini che richiama all’orgoglio italiano. Per sentirsi poi dire dai compagni in immigrati che non deve preoccuparsi perché in fondo non è nulla di grave, è soltanto “malato di fascismo”. E ecco i “critici”, quelli pronti invece a boicottare il film perché definito “razzista”, uscire dal cinema contenti e soddisfatti (del resto c’è pure Nichi Vendola che interpreta se stesso).

A me personalmente il film è piaciuto, proprio perché ormai da tempo ho smesso di schierarmi, senza se e senza ma, da una parte all’altra della barricata. Mi è piaciuto perché, pur essendo “anti-Salvini(e su questo non ci piove) non è però tacciabile di buonismo, nel momento stesso in cui dell’immigrazione mostra ogni aspetto, anche quella lotta per la sopravvivenza che porta i migranti a tradire o vendere i propri amici o fratelli ai miliziani che controllano le varie enclave, senza alcun vincolo solidaristico o di riconoscenza, pur di ottenere il diritto di poter continuare la propria traversata nel deserto, salire sulle carrette del mare e arrivare in Europa.

C’è però un passaggio che proprio non mi è andato giù, ovvero quando il Cecco del film vede avvicinarsi in lontananza dei cingolati con la bandiera italiana e gli corre incontro pieno di speranza e di fede nel Tricolore. “Che faccio sparo?” chiede uno dei militari al capo pattuglia. L’altro risponde: “Siamo in giro di ricognizione, sparare non serve, tiragli una bomba”. Cosa che puntualmente avviene. Passaggio questo che, con tutto il rispetto, ho trovato di cattivo gusto e offensivo nei confronti dei nostri militari che rischiano la vita nei teatri di guerra.

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