Il Natale de ‘na volta. I ricordi di Cristina Pallotta

E adesso tocca a noi animatori di questo blog ricordare il Natale de ‘na volta. A noi de L’Arenone. Oggi è la volta della nostra Cristina Pallotta, che ci racconta il suo Natale di tanti anni fa, tra regali, attesa di Babbo Natale e le canzoni del coro dell’Antoniano.

L’odore della cera. Un odore forte di cera colata proveniva da quella coccinella rossa, con dei buchetti, al posto delle macchioline nere, che servivano per contenere delle piccole candele. Puntualmente quelle candeline si accendevano e si lasciavano squagliare fin quando l’odore della cera iniziava a diffondersi nella stanza. Un ricordo lontano, ma ancora percepibile. Che ritrovo facilmente nella mia memoria ogni volta che vado a scavare qualche ricordo di un mio Natale di bambina. Avrò fatto la prima elementare. Eravamo in cucina. Era sera. I miei genitori, stanchi, dopo tante ore al negozio, avevano appena tirato giù albero, presepio e tutti gli addobbi. E quella coccinella tornava ogni Natale. Insieme all’albero, il presepio e tutti gli addobbi. Erano gli anni in cui l’albero si faceva ancora in cameretta. Il presepe sullo scrittoio in legno. E l’albero era quello grande. Quello bello. Quello con un mare di cose da metterci.

Il puntale a fontana bordeaux, arance con disegnato sopra l’albero di Natale, i funghetti, i topolini, i pupazzetti, il babbo Natale sulla slitta. Le campanelle. Tutte cose che venivano appese con i gancetti. Che non si sa per quale motivo ogni anno non bastavano. E allora bisognava andarli a comprare da UPIM, in via Matteotti. Di sotto, bisognava scendere di un piano per trovare tutte le cose di Natale. E poi mettevamo le luci colorate. Quelle con le pigne che pungevano, con le casette, con i ghiaccioli. Un po’ come i gancetti, ogni anno, qualche luce non funzionava. E allora si andava al negozio di mia madre, quello di elettrodomestici, al Corso, a prendere le “lampadinette” nuove. L’albero veniva messo sopra una scatola così era ancora più alto. Dentro ci stavano tutte le scatole che contenevano gli addobbi. Babbo Natale i regali li portava lì sotto. Proprio lì, sotto l’albero, dove io e mia sorella li trovavamo la mattina del 25 dicembre.

Comunque Babbo Natale doveva  fare piano davvero quando arrivava. Mia sorella dormiva dentro la cameretta. Quella stessa cameretta in cui c’era l’albero. E non si è mai accorta dell’arrivo di Babbo Natale. “Bisogna farsi trovare a dormire, sennò Babbo Natale se ne accorge e i regali non li lascia”, ci diceva mia madre. Forse per questo mia sorella non lo ha mai sentito arrivare. Perché dormiva. Io dormivo ancora nella camera con i miei genitori. A pochi passi dalla porta di casa. Restavo sveglia tutta la notte. Mi sforzavo di non cedere al sonno, altrimenti avrei dovuto aspettare un altro anno per sentire arrivare Babbo Natale. Arrivava la mattina e niente. Anche quell’anno non ero riuscita a sentire il minimo rumore.

Venne poi il momento che in quella cameretta l’albero non c’entrava più, perché era arrivato anche il mio letto. E allora si iniziò a farlo in sala. Il presepe sopra la credenza. Babbo Natale con il passare degli anni iniziò a sbiadire. La notte del 24 ormai non aspettavamo più il suo arrivo. E quando smetti di credere a Babbo Natale inizi a dire addio a un pezzetto della tua infanzia. Forse la più bella. Quella a cui poi ripenserai sempre con un po’ di malinconia. Cresci e il Natale cambia. E c’è qualche Natale che si ricorda di più. Altri un po’ meno. Qualcun altro scivola via insieme a tanti altri. Alcuni restano. Restano e si fanno ricordare per qualcosa. Per qualcuno. Per qualcosa che accade. Come quell’anno. Il 2016. Quando a un certo punto capisci che è arrivato il momento di fare pace con Dio. Da quell’ottobre del 2011 non avevi avuto più un buon rapporto con Lui. Improvvisamente capisci che è ora di rivedere qualcosa. Lo capisci la mattina della vigilia di Natale. Quando mentre ti stai vestendo, ricevi un messaggio di una persona che ti annuncia un ritorno. Ti dice che quella nuova amica, conosciuta da poco tempo, ma con la quale hai in comune tante cose, è tornata. È tornata da un lungo viaggio che la stava portando troppo lontano.

Solo la sera prima avevi acceso una candela al concerto di Natale pensando a lei. E allora non trovi le parole. E ti arrendi. Ti arrendi di fronte a un miracolo, la vigilia di Natale. Un miracolo che ha segnato il disgelo di un pezzo del mio cuore. E allora Alleluja. Come il titolo di quella canzone che da quel 24 dicembre, ogni anno, dedichi a quella tua amica. Il Natale è la festa della famiglia. È l’albero di Natale che è tornato a casa dei tuoi dopo tanti anni. Sono tornati anche i topolini, i funghetti, le campanelle e babbo Natale sulla slitta, sempre con i soliti gancetti. Il Natale è l’attesa della festa. La festa per un bambino nato migliaia di anni fa e che ogni anno torna a nascere. Il Natale è la gioia per un miracolo che si compie. Per una gioia nel cuore che sembra voler esplodere. Il Natale è la tua famiglia intorno. È il sorriso negli occhi di tua figlia, quando sente le note delle canzoni cantate dai bambini dell’Antoniano dedicate alla festa, e tu le canti per lei. Il Natale è in un abbraccio. Quello del tuo amico del cuore, che da anni vive al nord, e non vedi da un secolo, e lo incontri casualmente in un vicolo del centro il 23 dicembre, mentre porti a spasso il tuo cane. Passano gli anni e il Natale cambia. Cambiano le persone. E ti accorgi che sono proprio quelle persone che hai accanto a fare il Natale. Loro sono il Natale. Loro sono il vero regalo da conservare, insieme al ricordo di quel bambino nato tanti fa, in una grotta. Al freddo e al gelo. 

Buon Natale. 

 

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