Il Natale de ‘na volta. I ricordi di Stefano Mecorio e Carlo Quondam

E adesso tocca a noi animatori di questo blog ricordare il Natale de ‘na volta. A noi de L’Arenone. Stefano Mecorio e Carlo Quondam raccontano il Natale della famiglia dello sport ai tempi del Nuovo Corriere Viterbese.

Era il 23 dicembre. E si ripeteva la tradizione della vigilia della vigilia di Natale. I ragazzi della redazione del Nuovo Corriere Viterbese a cena, tutti insieme, sotto il tetto del mite Quondam. Uno dei pochi che all’epoca un tetto ce l’aveva… Gli altri dormivano in macchina e al massimo avevano in ufficio una scrivania di cartone con sopra appeso un orologio da parete senza pile.

Al giornale si facevano i salti mortali per chiudere in anticipo le pagine. Tutti aiutavano tutti al fine di racimolare il tempo di brindare e quello degli auguri. Il direttore trasformava la redazione di via Vicenza in una sala per le feste e distribuiva doni a chiunque passasse. Intorno l’aria era scintillante di luci e ogni cosa magicamente addobbata di rosso e di oro. Il profumo di biscotti inondava ogni stanza. Canti natalizi. Cravatte a tema. Pacche sincere sulle spalle. Propositi ottimi. Neve finta. Dolcetti veri.

Tanti auguri di buon Natale e finalmente in alto i calici. Dopo il rito di baci e abbracci con gli altri colleghi ci si ritrovava da Quondam, come detto, in via della Pettinara. Era un piacere camminare tra i bellissimi vicoli di San Faustino, tutti illuminati e addobbati a festa. Lasagne, pollo arrosto con patate e una marea di dolci natalizi provenienti da ogni dove. Stefano Mecorio portava formaggi e salumi pregiati per l’antipasto, Tommaso Zei champagne Louis Roederer, Simone Canettieri rum Zacapa Royal e cioccolato del Guatemala. Prelibatezze bagnaiole arrivavano poi con Luca Telli e Fabio Settembre. Immancabile infine il panettone artigianale che Andrea Arena si faceva preparare appositamente per l’occasione.

E proprio Andrea si sedeva a capotavola e, dopo un breve discorso (molto meglio di quello di Capodanno in tivù), dava il via alla cena. Servita da personale qualificato, in un ambiente curato in ogni minimo dettaglio.

Intorno ai commensali l’aria distesa e rilassata tipica delle feste. Parlavano di tutto e raccontavano gli aneddoti più divertenti. Alla fine intonavano canti e giocavano a tombola. Non sembrava mai l’ora di lasciare la tavola. In loro la vera gioia del Natale e la voglia di stare insieme.

Questo è il nostro ricordo del Natale de ‘na volta. Non molto indietro nel tempo, certo, ma è comunque un grande e prezioso ricordo. Di quelli che rimarranno indelebili.

A dire la verità però la redazione era un casino. Si chiudeva tardi come sempre e, a pensarci, non torna nessun ricordo natalizio del direttore. Manco uno. E forse manco gli auguri. E forse lui era già in ferie dal 18 e al suo posto c’era Conti incazzato come un picchio selvatico. Il povero albero di Natale, zozzo e trasandato, veniva riposto in una stanza buia inutilizzata e tirato fuori ogni anno, il 23, già addobbato. Messo lì, su una scrivania inutilizzata, di fianco alla porchetta avanzata di due anni che a seconda del colore che prendeva ci potevi fare le previsioni meteo.

Zero addobbi. Zero clima gioviale. Posacenere gonfi di sigarette. Puzza di chiuso. Bagno inagibile. La mamma di un direttore concorrente che veniva a scroccare qualche giornale (abitava lì dietro, e la redazione di suo figlio era lontana). Ospiti incazzati perché avevamo scritto male di loro rovinandogli le feste. Isteria alle stelle. Pezzi dei corrispondenti che non arrivavano mai (perché loro, loro, stavano sì festeggiando). Ex di turno sotto i balconi ad aspettarci per la consueta sbroccata di santaclaus. Caffè a manetta. Manette no, ma sempre sfiorate per un pelo.

Per il resto, il brindisi non ce lo facevamo mancare e ci si davano sinceri auguri tra colleghi. Nella speranza di un futuro migliore. O almeno del pagamento di uno stipendio talmente tanto arretrato che forse era in lire.

Dopo la chiusura, l’immancabile aperitivo da Vittorio, al Kansas. E la cena del 23, quella sì, in casa Quondam. Che era diventata un must.

Ma niente prelibatezze, niente rum e vini pregiati. E niente panettoni. Eravamo talmente disorganizzati da non sapere neanche cosa mangiare. Pensavamo solo alle birre. Una volta siamo fortunatamente riusciti a raccattare gli ultimi quattro pezzi di pizza (tipo tonno e caciocavallo) alla pizzeria al taglio di via della Cava.

L’importante era stare insieme. E ce ne fregavamo del resto. E ce ne fregavamo del mondo.

Un po’ diverso dalla cena perfetta di cui sopra, già, ma il ricordo rimane e, ogni anno, lo alimentiamo raccontandocelo a vicenda. Rimangono i racconti e le risate di quelle sere. Era un periodo intenso. Lavoravamo molto e avevamo costruito quella che Andrea chiamava la “Grande famiglia dello sport”. Per questo, lui, era il papà e quello era il nostro Natale in famiglia.

Abbiamo condiviso molto in quei pochi anni, sono anche nate amicizie importanti. Andrea riusciva a tenerci insieme in ogni situazione. Amava cazzeggiare ma, in fondo, credeva veramente in quello che era riuscito a costruire con noi. Una piccola famiglia acquisita.

Il 23 dicembre, il giorno della vigilia della vigilia di Natale è il giorno di quella famiglia. E’ il nostro ricordo di Natale e un altro indelebile ricordo di Andrea Arena.

Carlo Quondam

Stefano Mecorio

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