Il Natale de ‘na volta. I ricordi di Mia Cappelli

A pochi giorni dal Santo Natale, vi regaliamo i ricordi di Mia Cappelli. Storica commerciante, apprezzata per le sue eleganti e raffinate borse e scarpe da cerimonia, in vendita fino a qualche anno fa, nel suo negozio in Corso Italia. Amante degli animali, Mia Cappelli è anche un’apprezzata scrittrice. I suoi racconti, raccolti nel suo libro Frammenti di un sogno, ne sono la testimonianza. Ai lettori dell’Arenone ha raccontato “il suo Natale”. Quello de ‘na volta. Quello della notte di Natale di tanti anni fa.  

Natale. Quei 17 minuti dopo la Mezzanotte. Con mia madre, andavo tutti gli anni, la Notte di Natale, a Messa, per rivivere la Nascita di Gesù Bambino. La festa iniziava al ritorno a casa, un bacio al Bambinello del Presepe con preghierina, l’accensione  dell’Albero, l’arrivo dei parenti, con baci e abbracci, scambio di  auguri e di regali, poi mia madre, con voce autoritaria, invitava ad andare a cena.

La Chiesa era nei pressi della nostra casa, gli abitanti del quartiere erano tutti presenti e sedevano nel banco dove assistevano alla Messa domenicale. Le sorelle Fioretti, due anziane zitelle al primo banco, poi man mano gli altri: la signora di origine francese con il marito, il farmacista con moglie e i due figli, un gruppetto di professoresse, avanti negli anni, biascicavano le preghiere, noncuranti del disturbo che arrecavano. 

Poi Elenuccia, un’attempata modista che aveva il mestiere negli occhi e anche fuori dalla bottega si permetteva, incontrandoti, di calarti il cappello sulla fronte, o alzarlo, senza alcun consenso del malcapitato, poi con il solo sguardo sembrava dire “È  così  che deve essere portato il cappello”. Il macellaio, finalmente senza  il sinalone bianco tutto macchiato, ma con un costoso cappotto, e la moglie, signora Lina, adornata di pregevoli gioielli, al collo e alle dita delle mani, che nell’aiutare il marito al banco non poteva esibire, perché tra fegato e bistecche il sangue avrebbe coperto bellezza e valore.

Sara e il marito, che avevano un fornito negozio di abbigliamento, con la loro unica figlia Emanuela, e altri abitanti  del quartiere.

Era bello tutti gli anni la Notte di Natale, soprattutto con qualche fiocco di neve, abbracciarci per gli auguri, si sentiva il calore di un amore sincero. La sera di Natale, alcuni parrocchiani, a turno negli anni, invitavano il parroco a cena, per non farlo sentire solo. Non avendo la perpetua, si arrabbattava nel mangiare, e, la sera di Natale era per lui veramente “Natale”, poteva mangiare in abbondanza tante qualità di cibo e bere qualche bicchierotto di vino.

Quell’anno, il vino, bevuto abbondantemente, deve aver avuto un effetto soporifero inaspettato. Don Lucio esce dalla sacrestia con i paramenti e due chierichetti, il campanaro inizia a suonare a distesa le campane, tutta la gente in piedi per la nascita di Gesù, ma il Bambinello è ancora coperto da un fazzoletto bordato di pizzo che una cordicella, tirandola, avrebbe dovuto mostrare a Mezzanotte, annunciandone la nascita. II vino annebbiò la mente di Don Lucio e la cordicella non venne tirata. Tutti ci guardammo l’uno con l’altro, per capire.

Passarono 17 minuti interminabili per i fedeli, i quali, con leggeri colpi di tosse, poi più insistenti, cercavano di scuotere Don Lucio dal suo torpore, per quel vino bevuto abbondantemente, a cui non era abituato.

A Mezzanotte e 17 minuti, un parrocchiano, che tutti chiamavano “l’ardito”, perché in gioventù era stato un parà della Folgore, salì i gradini dell’altsre, affiancò Don Lucio e tirò la cordicella, rimuovendo il fazzoletto che copriva il Bambinello, mostrandolo ai fedeli. Battute di mani e sospiri, come per dire “ce l’abbiamo fatta a farlo nascere”.

Fu quello l’anno in cui a Don Lucio, i parrocchiani cambiarono il nome in “Don Imbriachello”, che lo accompagnò per tutta la sua longeva vita, morì a 97 anni. 

A 80 anni smise di dire messa, assistendo a quella di un giovane Don Pietro, da una sedia confortevole tutta per sè, accudito da Suor Lina.

Noi parrocchiani lo abbiamo ricordato dopo la sua morte perché era stato un buon parroco, abbonandogli quel famoso “scivolone” del suo sacerdozio.

Con il passare degli anni cambiarono anche le mie abitudini, non andai più alla Messa di Mezzanotte, preferendo ascoltare quella del Papa in televisione.

Mia madre mori ed io mi sarei commossa nel ritornare in chiesa, assistendo all’assenza nei banchi di persone amiche e trovare al loro posto una targa in ottone con il nome che li ricordava. Continuavo a vederli, anche nella loro mancanza e a sentire l’inebriante profumo “Senso” della signora Iolanda e quello nauseabondo della signorina Andreina, imbalsamata dentro la naftalina della sua pelliccia.

Altre persone frequentarono la chiesa, ma non  avrebbero più rappresentato “il Mio Natale”.

Il Natale della fanciullezza e dell’adolescenza ritorna con i ricordi che non si sopiscono nella memoria, e rivivi, con gioia, i momenti già vissuti. Quelli che non potranno più ritornare. 

Buon Natale. 

Mia Cappelli

                    

                       

 

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