Il Natale de ‘na volta. I ricordi di Paola Massarelli

Ci avviciniamo al giorno di Natale. E noi continuiamo a farci raccontare il ‘Natale de ‘na volta. Quello di tanti anni fa. Oggi a farlo è una grande donna. Paola Massarelli. Instancabile. In famiglia e in ambito sociale. È l’anima dell’Admo, da anni riferimento sul territorio locale e regionale. La ritroveremo il 5 gennaio alla Calza della befana più lunga del mondo. Alle prese di nuovo con la solidarietà. 

Verso la fine di ottobre, la mamma iniziava ad acquistare un giorno la farina, un giorno lo zucchero, poi una corona di fichi, quadrotti di cioccolato fondente della bottega di spezie di Bizzarri e, al mercato di piazza del Gesù, noci, nocciole e mandorle. Tutto questo tesoretto, acquistato piano piano e risparmiando, veniva conservato dentro la credenza della sala da pranzo, quella stanza generalmente chiusa e super ordinata dalla mamma. “Casomai viene qualcuno”, quel qualcuno lì si poteva ricevere e ospitare. Per me era una specie di chiesa. 

E quella stanza, l’8 dicembre, dopo essere stati alla Santa Messa, ospitava l’albero di Natale e il presepe. Ecco. Cominciava il conto alla rovescia. La sala da pranzo diventava un cantiere, la mamma e io, dopo che il babbo ci aveva districato le luci da mettere sull’albero, cominciavamo l’allestimento. Le palline di Natale di vetro più piccole sopra e poi piano piano a scendere le più grandi. Mio padre insieme a mio fratello Mauro si dedicavano al presepe. Sento ancora il profumo del muschio, il vellutino che insieme erano andati a cercare nelle campagne vicino casa. A sera era tutto pronto: l’albero, il presepe con tutti i personaggi, meno il “festeggiato”: il Bambino Gesù, che veniva messo al suo posto, dentro la capanna, fatta rigorosamente con la carta roccia, il 24 dicembre, dopo la mezzanotte. Esclusi dal presepe, in genere nascosti dietro le montagne di carta roccia, i Re Magi, che sarebbero arrivati per rendere omaggio a Gesù il 6 gennaio. Nei giorni a venire aria di festa in casa e la porta della sala da pranzo aperta, dal pomeriggio l’albero e il presepe illuminati. Ed ecco che in uno di questi pomeriggi, mentre noi bambini guardando l’albero e il presepe sognavamo i doni, che avremmo trovato la mamma tirare fuori il suo “tesoretto” di zucchero, farina, cioccolato, fichi, noci, nocciole e mandorle. Impastava tutto ben bene ed ecco, come per magia, ne usciva il nostro dolce tipico viterbese, “il pangiallo”. Ancora mi vedo in cucina, immersa in una festa di profumi e amore, sbattere contro una forchetta le chiare dell’uovo che sbatti sbatti diventano una nuvola e serviva per decorare i pangialli.

Natale si avvicinava sempre di più. La maestra ci aveva fatto comprare la carta  con tutti brillantini e paesaggi natalizi per scrivere la lettera al babbo. Una volta scritta con tutti  i buoni propositi e promesse per l’anno venturo (essere più buona, studiare di più, eccetera), veniva conservata dalla mamma e messa sotto il piatto del babbo la sera della vigilia.  Il babbo, con sorpresa, la trovava e la leggeva davanti a tutti. So che gli faceva piacere riceverla, perché gli brillavano gli occhi e poi non so, certe cose le senti. Era un bel momento, carico di emozione, io non volevo la mancia.  Mai presa. Ma volevo da lui la promessa che mi avrebbe portato al cinema a vedere i film di Bud Spencer e Terence Hill. Promessa sempre mantenuta e che risate che ci si faceva al cinema insieme!

Ecco, con semplicità e amore trascorreva il mio Natale da bambina. La sala da pranzo dopo le feste veniva subito pulita e richiusa per il rito “Casomai viene qualcuno”.

 

 

 

 

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