Il Natale de ‘na volta. I ricordi di Paolo Manganiello

Prosegue la nostra rubrica dedicata ai ricordi natalizi dei viterbesi. Oggi è la volta di Paolo Manganiello, attore, regista, docente universitario, operatore teatrale, impegnato fortemente nel sociale e nel campo del teatro integrato. Un viterbese che ha molto da raccontare in ambito professionale. Questa volta ha messo da parte il suo lavoro e ha scelto di raccontare un pezzo della sua vita di qualche anno fa. 

Il Natale in famiglia, la mia. Non c’è niente da fare, un figlio ti cambia la vita! Non solo quella futura, ma anche – direi soprattutto – quella passata. Sono padre da poco e già il passato riesco a vederlo e leggerlo sotto una lente del tutto nuova e particolare. Il Natale ad esempio, che prima non arrivava mai e che adesso, appena rimessi nell’armadio gli abiti estivi e le infradito, erompe ridondante, colorato e “spendaccione”, alla fine di settembre, con tutti nomi anglofoni: happy, Christmas, village, CocaCola, gift, black, e chi più ne sa più ne aggiunga, per me ha cambiato nettamente aspetto. Quel Natale era bello perché durava poco. Iniziava e terminava nelle date prestabilite. Non aveva bisogno di durare di più e di essere gestito e organizzato da chissà chi! Non dovevamo per forza vivere un “Natale usato”, di seconda mano.

La mia visione del Natale oggi è proiettata verso il piccoletto: cosa fargli vedere e conoscere di questa importante tradizione?

Pensando a quel che mi piacerebbe vivesse mio figlio durante le feste, mi vengono in mente un bel po’ di tradizioni e usanze belle di non tanto tempo fa (pure se sembrano passati secoli).

Viterbo – e forse non solo Viterbo – durante le feste di Natale aveva un altro odore, aveva un’altra sana frenesia e sicuramente un attaccamento più forte alle proprie consuetudini, anche se poche. Anzi poche ma buone. Non c’era sicuramente l’imperativo categorico di “attrarre” turisti, con lustrini e cotillon. Non c’era bisogno di scapicollarsi nei centri commerciali per pagare il triplo un “pulloverino” di acrilico all’ultima moda, che però fa tanto chic, sotto le feste, e che il prossimo anno va per forza sostituito.

Le tradizioni erano, dicevo, poche. La passeggiatina con i genitori o con gli amichetti al corso per sognare un po’ davanti alle vetrine. Sognare quel giocattolo (da piccoli) o quel paio di scarpe alla moda (che però sarebbero durate otto inverni, minimo) da più grandi. Il solo fatto di vederlo esposto, di immaginarlo tra le mani (o ai piedi) era già motivo di un’attesa eccitata, che smuoveva sensi ed emozioni.

Incontrarsi al centro di Viterbo, dopo un estenuante girotondo col motorino, con le mani bordò a causa della tramontana, era un’impresa da veri eroi, era un’usanza bella, romantica e che non aveva nulla a che vedere con il consumismo sfrenato fine a sé stesso e compulsivo. Anzi, con poco più di millelire ci sentivamo ricchi. Un gelato da Chiodo e l’impresa era conclusa. Già, perché il gelato con quel freddo era speciale, durava di più.

Un incrocio di sguardi con l’amichetta o la compagna di scuola “fuori orario” e la serata era conclusa. Soddisfattissimi si risaliva – rigorosamente senza guanti – sul destriero motorizzato, sempre a corto di miscela, e via, nel calduccio di casa, in attesa della prossima avventura, che il più delle volte era programmata per l’indomani pomeriggio alla stessa ora. Tutto uguale ma sempre nuovo. Ripetitività romantica.

E poi c’era la tramontana. Quella viterbese. Quella che t’affettava il viso e che spaccava le mani. E l’odore era unico. A proposito: che fine ha fatto quel vento gelido che sferzava Viterbo e graffiava ogni parte del corpo scoperta? Nella nostra città da qualche anno – siamo obbiettivi – non c’è più stata.

Si parlava di tradizioni. Poche si diceva. Sicuramente però autentiche e sane, soprattutto uniche.

Si stava in famiglia. Si mangiava parecchio (quello anche ora), solo piatti della tradizione naturalmente. Niente chef stellati o vigilie con ostriche su un letto di qualcos’altro e giorni di Natale con piatti impronunciabili. Baccalà, tortellini, cappone, carciofi, polli, nociate, mandarini, maccheroni con le noci (eccezionale piatto legatissimo alla nostra città), questi erano gli odori e i sapori che si sentivano nelle case viterbesi. Odori di festa fuori, gusti della tradizione dentro casa, e il Natale nostro era servito. E tutto arrivava come se niente fosse, mentre si andava a scuola, aspettando con eccitazione e “fame” di vivere quel periodo, unico, sempre uguale, ma sempre inedito. Non eravamo abituati a vivere Natali rifilatici da altri, organizzati per renderci tutti uguali (anche) nel divertimento.

E poi, il 25 e il 26 dicembre…stop! Tutto si fermava, cessava. Una bolla di vuoto per due giorni. Una sospensione. Era come se tutta quella eccitazione di botto entrasse in un torpore accompagnato da vita domestica, famiglia, amici, cibo buono, giochi di società, casa e letto sfatto. In quei due giorni non bisognava “per forza” fare qualcosa. C’era l’usanza di fare una passeggiata, andare al cinema (a vedere il più delle volte cartoni Disney o film con Bud Spencer e Terence Hill) o a casa di amici. Si viveva di poco, ma quel poco era tutto nostro.

Durante le feste, la mia famiglia aveva, come tante, usanze per così dire specifiche, del tutto peculiari. Una era quella di andare a vedere i presepi delle chiese viterbesi. In molte parrocchie della città vi erano veri capolavori. I parroci e i parrocchiani erano assai devoti e creativi in questo e i risultati veramente eccellenti. Mio padre amava i presepi e in campagna, vicino La Quercia, ne costruiva uno che negli anni era diventato sempre più grande e imponente. “C’ho un presepio di 35 metri quadrati!” diceva a tutti… e via ad invitare gente in campagna ad ammirare siffatta opera architettonica. Alla fine degli anni ’80 c’era un via vai di pubblico in campagna che altro che Christmas village! Venivano con i pullman, non scherzo, che puntualmente avevano problemi di parcheggio.

La costruzione della monumentale opera, oltre a mio padre, era affidata a personaggi influenti – diciamo – in questo ramo, bizzarri ma influenti. Si iniziava a lavorare al presepio a novembre e, “al freddo e al gelo”, fino a notte fonda, si portava a conclusione la costruzione.

I ricordi ovviamente continuano ad affastellarsi uno su l’altro. La notte della vigilia. Già, perche se è vero che la passione per il presepio, di tradizione edoardiana, affascinava forte mio padre, anche per la consegna dei doni di Natale c’era tutta una ritualità. Cerco di spiegare. Fine degli anni ’70, inizio anni ’80. A mezzanotte circa del 24 dicembre, con mio fratello e chiunque fosse stato ospite in casa, ci si andava a mascherare per “la processione”. Avete presente quella “processione” per la consegna dei doni di Eduardo (Luca Cupiello) a Pupella (la moglie Concetta) durante lo spettacolo “Natale in casa Cupiello”? ecco esattamente quella.

Poi dice perché fai teatro! In quel momento la casa si trasformava in un set, o per meglio dire un palcoscenico, dove l’improvvisazione era consentita ma sempre e comunque rispettando ruoli e personaggi.

Consegnati i doni, si sudava per scartarli, si giocava un po’ con essi, una tombolata con i nonni che ti facevano vincere sempre, e poi a letto.

E l’indomani la casa profumava di festa. Profumava di Natale appunto. Non ultimo il ricordo, anch’esso pieno di profumi e colori, delle passeggiate a Roma sotto le feste di Natale. Un appuntamento fisso con la famiglia che con l’avvicinarsi delle festività ci vedeva in viaggio alla volta della capitale, per godere del fascino della metropoli durante il Natale. Luci, negozi, zampognari, presepi (ancora!), bancarelle; una giornata all’insegna della folla e della foga turistica. Cena da Ulisse ai Prati e di nuovo a Viterbo.

I ricordi sono questi, sono semplici. Ce ne sarebbero tanti altri, ma tant’è. Tutto passa, e i ricordi rimangono attaccati a noi come dei preziosissimi quadri sulle pareti di un museo, che anno dopo anno si estende sempre di più.

Insomma i miei, come quelli di tutti, sembrano, anzi sono, ricordi unici, irripetibili. Ogni Natale era nuovo e si aspettava per fare qualcosa che già si sapeva di dover fare in quel modo, ma che ci piaceva tanto. Auguro a mio figlio – e a tutti i piccoli di oggi – di vivere i suoi Natali come li ho vissuti io. Solo suoi, sempre uguali, sempre unici.

Un abbraccio e buone feste

Paolo Manganiello

 

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