Il Natale de ‘na volta – I ricordi di Beatrice Valiserra Pazzaglia

Prosegue la nostra rubrica dedicata ai ricordi natalizi dei viterbesi. Oggi il ricordo arriva dalla provincia, da Valentano, attraverso la memoria tradotta in parole di Beatrice Valiserra Pazzaglia, docente, traduttrice e scrittrice, impegnata da anni nella promozione turistica e culturale e nella valorizzazione del territorio viterbese.

 

1967 Natale e dintorni.

La gonnellina a quadretti plissée, il maglioncino a nido d’ape fatto da mamma, il giacchettino blu pesante col colletto di pelliccetta, le calze di lana e una cartella rigida arancione fosforescente sulle spalle. Dal ventinove novembre, giorno d’inizio della novena dell’Immacolata, la mattina a scuola e il pomeriggio prima a casa delle maestre pie filippine a fare i lavoretti e poi, con tanto di veletta nera per la testa, tutte a messa.

L’unico posto caldo di quella casa erano le grandi scale a fianco alla stufa, lì avevamo tutte un cestino con dentro pannolenci colorati, colla fatta con l’acqua e la farina, forbici, nastrini e perline, porporina e cartoncini, ago, filo, uncinetto, ferri e una scatola di colori. Il 33 giri delle incisioni Fonit di suor Lidia, con Adeste Fidelis in latino e il Capriccio Pastorale di Frescobaldi: ogni tanto saltava perché si rompeva la puntina del suo bel grammofono, tante piccole tragedie e il Padre Nostro a Sant’Antonio per trovare quelle nuove. Prima di tutto la letterina di Natale, le ali dell’angioletto erano sempre la parte più difficile, l’ovatta si macchiava, la porporina soffiata via dalle aureole copriva le calle davanti alla finestra e i contorni non venivano mai rifilati regolarmente, lei gridava ma noi avevamo solo sette anni. Si mettevano d’accordo le maestre di scuola e le maestre pie per chi doveva farci fare il presepietto, chi i regalini per i familiari, chi doveva insegnarci il sermone da declamare, chi la canzoncina per la messa dei bambini del venticinque e per l’inizio della novena di Natale doveva essere tutto pronto da mettere in cartella ciascuno col suo nome.

A casa la festa cominciava la mattina della Vigilia tra il tantum ergo e il castae parentis viscera mentre si tritavano le noci, con la scusa di comprare la cioccolata, la cannella e le ultime cose per i maccheroni con le noci , ti allontanavano per posizionare i regali in modo che non si vedessero, nei posti più impensati: la legnaia, il balcone, la camera buia (lo stanzino) o sotto il gran lettone del nonno. Alle sei, tutti insieme incontro a zia Vittoria che arrivava da Roma con le valigie piene dei suoi quindici giorni di ferie e l’immancabile pacchetto di sigarette in mano, tanto nessuno poteva entrare in cucina mentre zia Moma (la tata) era intenta a fare nociatelle, il miele bollente, il lungo pezzo di marmo con sopra le ostie delle suore di clausura. Guai, pericolo e disgrazia!

Lasciate borse e orpelli nel portone, cominciava il giro degli auguri, prima dalla nonna Beatrice e dal nonno Giovanni, lì Gesù Bambino, sempre che fosse sopravvissuto allo spiffero della Sarciata, passava la mattina di Natale all’Alzata del Sacramento, mentre suonava la campana e solo dopo aver raccontato le letture, il Vangelo e chi avesse detto messa si prendevano i regali e gli stecchi di zucchero d’orzo della principessa Beatrice da scartare dopo la recita del sermone in piedi sulle scale. Poi da Nina, da Santa, dalla signora del Dottore intenta a riprendere la povera Nanna che non sapeva fare il caffè con la napoletana, dalle amiche, dalle vicine che già giocavano a carte, alle otto col naso rosso e le mani cadenti dal freddo si rientrava per la cena.

Tavola apparecchiata in sala, presepio e albero accesi e le borse di Vittoria in camera vicino alla poltrona col guardiano seduto a fianco; prima di sedersi si recitavano il Credo, il Padre Nostro, il Requiem alla nonna e un’Ave secondo le intenzioni. Dei regali nessuna traccia. Le chiacchiere, i ricordi degli anni precedenti con le vecchie foto sul tavolinetto, le telefonate all’estero, i brindisi e il panettone. Il primo segno che stava arrivando Gesù Bambino era il buio, la tata si alzava, spegneva la luce e tutti aspettavano il sermone e la solita filastrocca: “Lunga la strada, stretta la via, dite la vostra che ho detto la mia, a sto paese c’è ‘na bella usanza dopo detto ‘l sermone se fa la mancia”, e quelli erano i soldini per la tombola, 30 lire a cartella, settantasette le gambe delle donne, novanta la paura, ventinove… sta a la Pescia, andavano forte i soprannomi.

Il segno, invece, che ci si potesse alzare da tavola a cercare i regali lo dava mio nonno alzandosi per primo, cominciava la caccia al tesoro, mezz’ore di acqua, fuocherello, fuoco… che divertimento, non erano grandi cose e soprattutto mai quelle che avevi chiesto promettendo bontà e ubbidienza, però inaspettate e a sorpresa, talvolta, erano anche più gradite, libri e dischi non mancavano mai, sempre a corredo. Mentre noi giocavamo, zia Moma carreggiava dolci e dolcetti, sistemava i regalini del fai da te di bambina e invitava tutti a sedersi di nuovo per finire di mangiare; nei piatti un mandarino sbucciato, i chicchi d’uva, un dattero (passione di mio padre) e un pezzetto di torrone che l’amica di mamma mandava dalla Sardegna o da Napoli. La fine più sentita era la letterina sotto il piatto con la preghiera per i genitori e le lacrimucce finali.

“Sòna ‘n chiesa, è ora della messa di mezzanotte”, tutti di corsa per le scale coi cappotti mezzi infilati e mezzi no, chi con le scarpe con i lacci sciolti, guanti, foulard, cappelli e velette appoggiati sopra le ringhiere… mica si poteva arrivare tardi, l’arciprete aspettava, insieme ai chierichetti, sul sagrato, pure con la neve: “Cristo regni – Ora e sempre” e bisognava andarci per forza perché la mattina dopo c’era da sistemare casa per accogliere zii e cugini a pranzo. Noi, bambine, cullate dalla musica degli zampognari per la via, a letto con le bambole e col libretto delle preghiere sul comodino… angelo di Dio che sei il mio custode…

I ricordi. Sono loro i custodi degli affetti e della vita.

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