Il Natale de ‘na volta. I ricordi di Rosanna De Marchi

Il secondo appuntamento di questa nuova rubrica riguarda i ricordi di una vera viterbese, una scrittrice che ha dedicato numerose pubblicazioni alla storia e alle tradizioni della Viterbo di un tempo. A proposito del Natale, Rosanna è anche una delle Befane più attive del centro sociale Pilastro, in occasione della Calza più lunga del mondo del 5 gennaio. Buona lettura!

Quando ero piccola, il Natale lo trascorrevo insieme ai miei fratelli, genitori, cuginetti e zii, a casa della nonna materna. La nonna Mecuccia. Che bella festa era! La nonna allungava il tavolo da pranzo per poterci accogliere tutti.

A noi bambini cercavano di metterci divisi, affinché stessimo tranquilli a tavola, senza giocare tra noi. Ma non era tanto facile, trovavamo sempre qualcosa da dire o fare per scoppiare a ridere, e fare “ caciara”. La nonna fingeva di strillarci: “State boni regazzì, sennò ve meno”. Mica era vero, non ci ha mai toccato con un dito, ma le piaceva fare la voce dura.

Mia nonna era una vera chioccia, voleva sempre tutti a pranzo da lei, non solo per le feste tradizionali, o “ricordatore” che dicevano all’epoca, ma anche le domeniche. L’ho vista sempre affaccendata tra i fornelli. Mamma mia quante cose buone cucinava!

La vigilia di Natale era rigorosamente rispettata la vigilia. La cena cominciava con le fettuccine fatte da lei, condite con il sugo di tonno, seguivano i broccoli fritti impastellati. Il baccalà veniva cucinato in vari modi: impastellato e fritto, in padella con la cipolla e uvetta, arrosto sulla graticola, con profumo di alloro.

Un grosso pesce arrosto con le patate fatte a fettine. Anguille arrosto. Poi, le aringhe marinate, perché piacevano tanto al mio babbo. Per contorno, le patatine fritte per noi bambini, i mazzocchi conditi con alici e aglio per i grandi. E poi i dolci: il panettone, il torrone Sperlari alle mandorle, quello di cioccolata, i fichi ripieni, e il pangiallo fatto dalla nonna. Che buono! Ho conservato la sua ricetta, e a Natale lo preparo sempre per i miei cari. Anche ai miei nipotini piace tanto. Così come i maccheroni con le noci, fatti con le fettuccine, cioccolata, e ovviamente le noci. 

Verso fine cena arrivava sempre qualche coppia amica dei miei genitori e dei miei zii. “Svelti svelti”. Finivamo di mangiare i dolci, dopodiché ci mettevamo a  giocare a tombola tutti insieme. Segnavamo i numeri che uscivano con i pezzetti delle bucce dei mandarini, oppure con i fagioli spaccati a metà, per non farli scivolare via dalle cartelle.

Mia nonna era sempre molto attenta che le cartelle non costassero molto, aveva uno spiccato senso del risparmio. Aveva anche ragione, aveva vissuto la seconda guerra mondiale, e sapeva bene quanto fosse stata dura, anche se la fame non l’ha fatta subire ai suoi figli, perche avevano la campagna e tanti animali da cortile.

La nostra tombolata non durava molto a lungo, poiché verso la mezzanotte si toglieva tutto, ci coprivamo bene e tutti insieme si andava a messa. Siamo sempre andati, con la pioggia, o con la neve, e a piedi. Non siamo mai mancati.

La nostra parrocchia era San Marco, a piazza del Teatro. La nonna abitava in via San Luca, e noi in via del Pavone, sopra la calzoleria Rossini, ora gioielleria Fontana.

Un chiesa molto antica, piccola, ma a me bambina non sembrava piccola come invece l’ho vista una volta diventata adulta. E non sapevo nemmeno che fosse la prima chiesa costruita fuori le mura di Viterbo, nel lontano 1198.

Don Sante Pallini, il nostro parroco, celebrava la santa messa.

L’altare era vestito a festa, con tante stelle di Natale, tutte rosse, che lo riempivano. Al centro dell’altare un grosso drappo rosso copriva il Bambinello Gesù, che a mezzanotte sarebbe stato scoperto. Ricordo che le preghiere erano ancora recitate in latino (furono abolite da papa Paolo VI il 7 marzo del 1965. Fu il Concilio Vaticano II ad approvare questo storico cambiamento nel 1963).

Quando si recitava: Osanna, Osanna nell’alto dei cieli, inizialmente capivo, Rosanna, Rosanna nell’alto dei cieli. Mi sentivo orgogliosa di portare un nome così importante. Beata innocenza! Ricordo la chiesa tanto affollata, con tanta gente in piedi perché i banchi non bastavano.

Ero una bambina curiosa, notavo tutto, c’era chi pregava, ma c’erano anche alcuni uomini che dormivano appoggiati al muro, forse per la stanchezza del duro lavoro, o forse per qualche bicchiere di vino di troppo. Terminata la santa messa, ognuno a casa sua.

Ci abbracciavamo tutti, augurandoci un sereno Santo Natale, e dandoci appuntamento al pranzo di Natale, sempre dalla nonna. Noi bambini appena arrivati a casa mettevamo il Bambinello sul letto di paglia della mangiatoia, nel presepio.

Il 25 a tavola era una vera abbuffata! Neanche dovessimo mangiare da un mese. C’era ogni ben di Dio: cappelletti in brodo di gallina, rigorosamente fatti in casa, lasagne sempre fatte dalla nonna, agnello arrosto, che la nonna cuoceva nel forno a legna, cotolette d’agnello dorate e fritte, coratella in padella con la cipolla, cappone ripieno di patatine e castagne arrosto, insalata, e nuovamente i dolci.  Poi, tutti insieme il gioco della tombola.

Ma il giorno di Natale era anche il nostro giorno. Nei giorni precedenti avevamo preparato le letterine da mettere sotto il piatto del babbo. Era una letterina con il presepio disegnato, e arricchito dai brillantini.

Si sceglieva la più bella.

Andavamo a comprarla nella botteguccia del vecchietto, vicino le scuole delle Monachelle, dove ci ho fatto le elementari.

Un negozio che vendeva un po’ di tutto, cartoleria, girelle di liquirizia, lecca lecca, gli addobbi per il presepio e l’albero, insomma ci si trovava di tutto. La scoperta della letterina da parte del babbo, avveniva sempre dopo la portata dei cappelletti.

La mamma chiedeva al babbo di porgere la scodella, e lui, ogni anno, si fingeva molto sorpreso nel trovare le letterine, poi con tanta attenzione leggeva quanto avevamo scritto. Più o meno erano sempre le stesse promesse, quelle di non fare arrabbiare la mamma, di fare i bravi, di non bisticciare tra noi fratelli.

A fine pranzo, a turno, salivamo su di una sedia e recitavamo la poesia che avevamo imparato a scuola. La mamma ci aveva confezionato una borsetta di stoffa, che tenevamo appesa al collo con una cordicella. I parenti, dopo la recita, ci infilavano la mancetta natalizia.

Nella stanza, c’era un’aria come di magia, tutto era bellissimo. E quando il vociare di tutti noi si affievoliva, sentivamo nitidamente la canzone che mandava il giradischi: Tu scendi dalle stelle.

Ricordi semplici, ma vissuti con tanto sentimento. Oggi della mia famiglia d’origine non è rimasto più nessuno, abitano tutti insieme in una cappella al cimitero di san Lazzaro.

Ma quello che mi hanno saputo trasmettere lo tengo dentro il cuore, e cerco di trasmetterlo ai miei due nipotini che adoro.

Oggi, sono io la nonna che prepara con amore il pranzo di Natale per tutti, e oggi come ieri, nella sala da pranzo si sente, anche se con un po’ di fatica (colpa della tv accesa), Tu scendi dalle stelle. 

Rosanna De Marchi

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