Ciao Contaldo. Salutaci Rosa e gli angeli blu

“È cascata giù la Macchina di Santa Rosa??? Ah!!!” Le sento ancora rimbombare nella mia testa quelle parole di mio padre al telefono, nel primo pomeriggio di un giorno di fine agosto di dodici anni fa. Era al telefono con mia sorella.

È cascata la Macchina di Santa Rosa?? È cascata la Macchina di Santa Rosa??? Una frase che ripetevo come un automa, sempre più forte. Sempre più assente da me stessa. Il tempo di fare una telefonata. A una persona cara. Le parole si bloccavano. Non uscivano. Il pianto soffocato tratteneva anche quel poco che avrei voluto dire. Mi precipito verso San Sisto. Via Mazzini, via Vetulonia. Col cuore in gola. Non sapevo ancora cosa mi sarei trovata davanti agli occhi. Mi preparo col pensiero a vedere qualcosa che farà male. Che farà male al cuore. Un cuore affannato per il passo accelerato. Di fronte a me via Garibaldi. Ho paura a voltarmi. Trovo coraggio. Eccola. Adagiata addosso al campanile. Imprigionata dentro quella gabbia. Dentro quell’impalcatura che avrebbe dovuto proteggerla. E forse l’ha protetta davvero. Ma ora aveva tutta l’aria di una gabbia che la imprigionava.

L’orologio del campanile di San Sisto non si era fermato. 23 agosto 2007. Una tromba d’aria si è abbattuta nel viterbese. Di Viterbo ha colpito il cuore. Ha piegato la Macchina di Santa Rosa, montata già da qualche giorno a San Sisto, in attesa del 3 settembre. La voce si diffonde. In poche ore arriva gente. Per vedere. Per controllare. Per capire. Per piangere. Sul posto fin da subito c’è il sindaco. Giancarlo Gabbianelli. Preoccupato. Che parla con delle persone. Il suo volto è teso. C’eri anche tu. Addolorato. Disperato. Incredulo. Gli occhi di un uomo ferito. Le ore 20 di quell’interminabile 23 agosto. La Macchina di Santa Rosa passerà. Il 3 settembre. Lo ufficializza il sindaco. Quel tuo sguardo era sempre addolorato. Ma non più disperato. Ancora gli occhi di uomo ferito. Che ora trasmettevano coraggio. Forza. La forza di un leone. Eri tu in quel momento il simbolo di tutti i viterbesi. Ti ho conosciuto in quei giorni. Fino ad allora eri semplicemente il costruttore della Macchina di Santa Rosa. In quell’occasione ho conosciuto Contaldo. Un uomo buono. Umile. Perbene. 

Foto di Massimo Chiaravalli

In quei giorni è stata una corsa contro il tempo. Con il cuore a favore. Quello di una città intera.

Undici giorni e Ali di Luce, il capolavoro di Raffaele Ascenzi, è di nuovo in piedi. È pronta. E aspetta. Quell’anno aspetta come non mai di essere alzata al cielo. Ricordo ancora i tuoi occhi commossi. Quella sera in cui insieme ai tuoi uomini avete liberato Santa Rosa da quell’impalcatura. Libera finalmente. Fuori da quella gabbia.

Quella sera eravamo tutti lì. C’eravamo tutti. Addetti ai lavori. Fotografi e giornalisti. C’eravamo soprattutto come viterbesi. Accanto a me Alessandra, che tu conoscevi molto bene e a cui hai voluto bene.

Per interminabili minuti sulla porta di ingresso del bar. Ad aspettare per mano con lei quel momento. Si lavora giorno e notte. E tu non la lasci un istante.

Foto di Massimo Chiaravalli

Arriva il 3 settembre. Ali di Luce quell’anno partì qualche metro più avanti. Fuori dall’impalcatura. L’impalcatura, ancora appoggiata al campanile, faceva parte di quello che era stato. Ali di Luce era fuori. E tu a pochi passi dalla tua Macchina di Santa Rosa, orgoglioso e fiero, insieme a tuo figlio Andrea e ai tuoi facchini. Ali di Luce era pronta per ricambiare quell’abbraccio che in quegli undici giorni aveva ricevuto da te e dalla gente. Dalla gente di Viterbo. Ricordo ancora ogni istante di quei giorni. Anche quel caschetto rosso che si utilizzava per accedere al cantiere.

Nessun viterbese dimenticherà quei giorni. Nessun viterbese dimenticherà Contaldo Cesarini. Avrei potuto raccontare e ricordare tanti altri episodi. Conferenze. Chiacchierate in Comune o davanti la Macchina, interviste davanti una telecamera. Al capannone. Ma non sarebbe stato lo stesso. Di Contaldo voglio ricordare quel suo sorriso sincero, genuino.

Quegli occhi che a tutti noi hanno trasmesso coraggio. Forza. Ricorderò quella carezza affettuosa quella sera, quando sono venuta a salutarti. Non ti ho detto niente. Non mi hai detto niente. Ci siamo detti tutto. Guardandoci negli occhi. Ricorderò quel tuo sguardo fiero e orgoglioso che ho visto in quei giorni in cui si stava compiendo un miracolo di fede e di amore. Proprio come la sera del 3 settembre quando ti intervistavo e ti domandavo qualcosa. Prima mi rispondevi con gli occhi. Poi arrivavano le parole. Poche. Semplici. Piene di amore per lei. 

Ieri un’intera città è venuta a salutarti per l’ultima volta. Eri a pochi passi dalla tua Rosa. Mi piace pensare che lassù vi siate già incontrati. Che le hai fatto un sorriso dei tuoi. Felice. Felicissimo di averla finalmente conosciuta. 

Ciao Contaldo. Salutaci Rosa. E gli angeli blu.

 

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