A San Martino quell’odore di buono. Tra castagni, stufe accese e un angolo del cuore

Che odore di castagne al fuoco. Cantavano i Cugini di campagna. Ma è anche il profumo che sento ancora, se chiudo gli occhi e riavvolgo il nastro degli anni. Primi anni 80. Che odore di castagne al fuoco, a San Martino. Il giorno di San Martino. L’11 novembre. Oggi.

Mio padre mi ci portava quasi sempre. Se non era troppo freddo mia nonna Elsa mi faceva fare tutto il giro del paese. O quasi. Si fermava a parlare con le persone che conosceva. Praticamente tutte quelle che incontravamo. “Di chi è figlia?” le chiedevano. “Del mi’ Gianni. È quella più piccola”. Una frase che ricordo come un ritornello. In versione invernale ed estiva. Si girava principalmente per il centro del paese. Dalla porta di sotto fino a quella di sopra. Se era bel tempo facevamo una sosta fuori al “prato” per poi tornare giù, dove c’erano le bancarelle. Dove vendevano caldarroste e vin brulé.

C’era odore di buono nell’aria. Profumavano anche quei prepotenti e coraggiosi raggi di soli che a metà novembre trovano ancora la forza di scaldarti il viso. E quando il sole calava, quell’odore di buono rimaneva lo stesso. Era l’odore dei camini accesi. Delle stufe a legna. Quell’umidità insieme al freddo di San Martino si facevano sentire. E capivi che era davvero arrivato l’inverno. Poi si tornava a casa. Ci si scaldava davanti alla stufa. Si cenava presto. E poi con mio padre tornavamo a Viterbo. Ma prima di salutarci, mia nonna ci dava le castagne. Dentro una grossa sacca di iuta. Le aveva raccolte con il nonno, su, al castagneto. Due settimane fa ci sono tornata. Su, al castagneto.

Erano più o meno quindici anni che non andavo. Ci sono tornata due settimane fa. La prima volta da quando mia nonna non c’è più. Non avevo avuto più modo di farlo. Forse era mancata l’occasione. Forse è mancato il tempo. O forse il coraggio. Il coraggio di andare. Il coraggio di ricordare. Ce n’erano tante di castagne ancora a terra. Tante altre erano accatastate dentro le sacche. Mio padre e mia sorella da giorni le stavano raccogliendo. Come tanti anni fa.

 Quella salita. Quello “stradello” per arrivare su, al castagneto. Il cancello di legno. Con addosso tutti gli anni che sono passati.

Il fiato corto. E non solo per la salita. Mi guardo intorno. Ed è come tornare a casa. In un luogo del cuore. I castagni. Gli angoli familiari. Quella casetta che ancora sta in piedi. Dentro ci sono ancora tutte le cose che un tempo d’estate venivano utilizzate. Posate, piatti e bicchieri così come sono stati lasciati l’ultima volta. Forse trent’anni fa. Un comò, una credenza, bottiglie di vetro per l’acqua.

Più avanti c’e ancora qualche traccia della cuccia di Dik. Dell’altalena no. Nessuna traccia. Neppure del ramo dell’albero dove era fissata.

L’ho girato tutto quel castagneto. Da confine a confine. Per ricordami meglio ogni angolo.

Nell’aria quel sapore d’autunno che sa un po’ di nostalgia. Negli occhi lo spettacolo di quei colori che solo questo periodo dell’anno è capace di regalarti. Sotto i piedi il rumore delle foglie calpestate. Tra le mani un telefono. Non per parlare. Ma per fermare quelle immagini.

È ora di andare. È bastato poco meno di un’ora per riempire il cuore di ricordi. Di ricordi belli. È bastato poco meno di un’ora per rivivere momenti cari di un’infanzia spensierata. E daresti anni di vita per rivivere in un solo giorno alcuni di quei momenti. Mentre sono in macchina, ripenso a quella stufa a legna a casa della nonna. Alle volte che ci ho giocato la domenica pomeriggio. Con le bucce delle patate che mettevo a cuocere. Che facevo una gran puzza di bruciato e un gran fumo e puntualmente arrivava la nonna a dirmi: ”A ni’, basta che sennò stasera tocca annà a cena giù dalla Zi’ Carmela”. Non avevo mai conosciuto sta zi’ Carmela. E quindi non capivo. Poi con gli anni ho scoperto che era il nome di un ristorante. C’era odore di buono nell’aria quindici giorni fa, tra quei castagni. Lo stesso odore che si respirava e si respira ancora l’11 novembre a San Martino. Quell’odore che non trovi facilmente in città. Ma solo in un posto raccolto. In un borgo. In un paese dei monti cimini.

Quell’odore che trovi in un luogo caro. Che ritrovi in un luogo del cuore. Con i piedi tra ricci e foglie, con il pensiero rapito dall’azzurro del cielo.

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