Il penultimo giorno d’autunno

Dopo i Racconti grotteschi da leggero sotto l’ombrellone e i Racconti grotteschi da leggere sotto l’ombrello, il primo della serie Racconti grotteschi da leggere davanti al camino.

Il camion arrivò travolgendo bancarelle e persone.

Il primo Natale di sangue di Berlino dopo la caduta del muro. Un omicidio in diretta. Donne che si tolgono la vita per non essere preda di stupratori dello stato mentale islamico. L’ultimo ospedale di Aleppo Est raso al suolo. I russi che insieme ad Assad combattono il popolo di Assad. Il golpe turco alle spalle. Uno sterminio sotto gli occhi del mondo intero. La morte delle Nazioni Unite. Le ultime pagine di un diario due giorni prima dell’inverno.

L’immagine usciva benissimo. L’illuminazione della galleria d’arte concedeva un’ottima fotografia. L’ambasciatore russo avrebbe dovuto dire qualcosa sul tema della mostra “La Russia vista dai turchi”. Qualche bella parola, cari saluti e sorriso d’ordinanza a favore di camera.

Mert non era agitato. Nei suoi ventidue anni di vita aveva già visto abbastanza. Giovanissimo cominciò a lavorare come picchiatore del sistema Erdogan. Un potere violento da servire. Un colpo di stato da fermare. Brutali sommosse, sanguinose punizioni. Torture.

La mano ferma e asciutta aderiva perfettamente al calcio della pistola. Riuscì ad interrompere il flusso di pensieri per poter affrontare al meglio la missione.

La sua vita sarebbe durata ancora qualche minuto, anche questo un pensiero da rimuovere.

Circa 700 chilometri a Sud una colonna di pullman sfilava in mezzo a due montagne di macerie. Dovevano fare attenzione a non urtare i detriti che ostruivano il passaggio.

Sembrava che fosse il moto ondulante del viaggio a far scendere le lacrime dei passeggeri. Quegli occhi pieni di terrore trasformavano la speranza in un liquido aspro che, cadendo, andava ad innaffiare cenere e polvere.

Per poco l’autista non investì una ragazza. Sterzò bruscamente sbilanciando le persone e gli oggetti a bordo.

19 dicembre 2016. Sopra Mavlut Mert dopo aver ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara Andrey Karlov. Sotto le macerie dell’attentato a Berlino

La ragazza camminava nella direzione opposta. Andava verso un gruppo di miliziani affamati. La guardavano come un predatore osserva l’imminente preda. Si fermò, li osservò uno ad uno, alzò il braccio e puntò una pistola. Con l’altra mano si sciolse il velo per associare la parola ad un volto.

Dio ti punirà

Le dissero.

Sì. Ma solo lui potrà farlo. Nessun uomo può giudicarmi. Per quanto terrificante, l’inferno non sarà un posto peggiore di questo. Il mio corpo non vi darà nessun piacere.

Puntò l’arma verso gli uomini con più convinzione. Li guardò ancora cercando di scorgere la loro paura.

Con un gesto fulmineo si sparò alla nuca.

Otto colpi di pistola alla schiena dell’ambasciatore russo.

Mert aveva raggiunto il suo scopo.

Non dimenticatevi della Siria. Non dimenticatevi di Aleppo. Dio è grande.

Agitò bruscamente la mano. Non sentì neanche arrivare la raffica di mitra che lo trafisse facendolo cadere dalla vita.

…storie, vite, paesi, città e lingue diverse. La torre di Babele è una montagna di cenere. Il valore della vita si misura usando il denaro come incognita. Tutti noi siamo penultimi. Gli ultimi conoscono intimamente la paura del prossimo e sperano in una veloce fine di questa vita. Quella vita barattata con barili di petrolio, casse di kalashnikov e carovane di profughi. E noi. Noi non sappiamo cosa sia la sofferenza. Noi, che ci stiamo godendo un aperitivo tra i mercatini di Natale nel cuore di Berlino.

La ragazza non ce l’ha fatta. Queste le ultime parole scritte nel suo diario, pochi istanti prima dell’attentato.

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