Settembre, strani giorni. Tra sandali, diari e ricordi

Giorni strani questi. Sospesi. Tra sandali e giubbotti. Tra infradito e sciarpe. Tra un costume e un piumino. Spesso indossati insieme, senza un criterio che abbia a che fare con la logica e il buon gusto.

Giorni strani questi. Tra un autunno che stenta ad arrivare e un’estate che non vuole finire. Una specie di “zona franca”, dove “adesso sì, tutto è possibile”, proprio come canta Venditti nella sua Settembre.

Giorni che non passano inosservati. La sera, dopo cena, ti concedi una sigaretta sul balcone, una di quel vecchio pacchetto da dieci che sta dentro il cassetto da anni. E annusi quell’aria che ancora profuma di buono. La mattina ti bevi un caffè, con quell’aria frizzantina che ti arriva addosso e ti ricorda che siamo a fine settembre, con quel vociare di gruppi di ragazzi che vanno a scuola. E inevitabilmente, anche solo per il tempo di un caffè, ci torni anche tu su quei banchi di scuola. Torni a questi giorni di settembre, quando i professori spiegavano e ancora non c’era il pensiero delle interrogazioni. A questi giorni in cui, all’uscita, alle 12,40, prendevi il tuo Sì parcheggiato su via Antonio Del Massaro, e ti facevi il tuo giro, col sole caldo sul viso, passando davanti quel bar, dove speravi di vedere quello che pensavi fosse l’amore della tua vita, canticchiando la tua Living on my own dei Queen. Per un lungo attimo ripensi a quel tuo diario nuovo di pacca, quel tuo diario ancora tutto da riempire tra compiti scritti a matita, testi di canzoni scritti a penna e nomi dei vari principi azzurri scolpiti a caratteri cubitali con l’Uniposca dorato. Quel diario che avrebbe presto ospitato fotogrammi della tua vita, pensieri e segreti. Strani giorni questi. Con Facebook che ti sbatte in faccia i ricordi degli anni passati. Ogni giorno. La foto di quella luna che ti ha accompagnato per giorni, ogni tardo pomeriggio, in un posto. Sempre lo stesso. Qualche frase, mai scritta tanto per scrivere, che dopo anni torna di nuovo attuale, seppur per motivi diversi. Una tua foto al mare, l’ultima domenica di settembre, anno 2014, con un sorriso che parla. Come la felicità di quei giorni che anche in silenzio faceva rumore.

Una foto, un primo piano in controluce, sempre del 2014, con lo sguardo di chi già pensava a quel fuori programma tutto da vivere e respirare. E poi sai che ci sono quegli appunti di vita, fermati su un vecchio quadernone a quadretti tra quegli esercizi inutili di tecnica bancaria.

Vita del 1994. 18 e 19 settembre 1994.

Un quadernone blu che ho salvato e che ho portato con me quando a 30 anni sono andata a vivere da sola.

Sono strani giorni, questi. Giorni in cui ti capita di prendere la tua cara vecchia Mini, abbassare i finestrini e alzare leggermente il volume della musica. Alternando RTL a Subasio. Il tuo Sì fuori scuola non esiste più. Living in my own non è più tra le hit del momento e l’interrogazione di diritto non è più la tua preoccupazione. Devi sbrigarti a incastrare in quella mezz’ora la spesa da fare e il medico da cambiare alla Cittadella della Salute. Quel calore sulla pelle che ti arriva addosso però è rimasto lo stesso. Lo stesso di venticinque anni fa o giù di lì. C’è un pizzico di nostalgia in quei tiepidi raggi di sole. Una nostalgia che però non fa male. Una nostalgia che ti fa sorridere. Che ti fa compagnia. Che ti ricorda che in ogni tuo giorno continua a vivere un po’ del tuo passato, della persona che eri e che sei diventata. 

Strani giorni questi, che hanno tutto il sapore dell’ottobrata romana o l’estate di San Martino. Con quel plaid da tirare fuori e da mettere sul divano mentre bevi la calda tisana zenzero e limone. Con quelle sacche di Ikea piene di cose invernali che ti guardano insistentemente e aspettano di essere aperte. Ma non è ancora il momento. C’è ancora il sole. Il cambio di stagione può attendere. Dentro l’armadio. E dentro di noi. 

 

[Settembre non ci troverà, coi suoi venti non può, non vincerà – A. Venditti].

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