L’ultima parola

Finita la breve serie Racconti grotteschi da leggere sotto l’ombrellone, inizia quella dei Racconti grotteschi da leggere sotto l’ombrello.

Il vecchio era morto.

Tutto quello che gli era rimasto erano parole scritte su pezzi di carta stracciati e buttati in ogni angolo dell’appartamento.

Nell’ultimo periodo di vita la sua memoria stava perdendo colpi e peggiorando giorno dopo giorno.

Una volta si fermò a fissare il netturbino mentre scuoteva rumorosamente un secchio della spazzatura. Dopo essersi accorto dell’irritazione del lavoratore all’opera interruppe l’incanto e capì che lo stava osservando perché non ricordava il nome. Sapeva cosa stava facendo. Conosceva i movimenti. Gesti che aveva visto quotidianamente, prevedibili e fatali. Sapeva anche quale sarebbe stato il prossimo secchio che avrebbe svuotato ma non ricordava il nome. Non il nome proprio di quell’uomo che non aveva mai conosciuto. Il nome di quella figura fosforescente che stava svolgendo quel lavoro.

Il netturbino.

“Netturbino” era la prima parola che aveva scritto sull’angolo del Corriere della sera. Strappato, sporco e stropicciato.

Era lì, da qualche parte.

Quel giorno si fermò a parlare con un passante solo per sfilargli quella parola. Come un abile borseggiatore si infilò nella mente dell’altro comunicando per esclamazioni come è solito fare in questa epoca. L’aveva buttata sulla confusione dei camion la mattina presto e qualche critica sull’amministrazione giusto per tenere incollato l’interlocutore.

Riuscì a mettere in atto il furto.

La parola “netturbino” uscì dopo neanche un minuto.

Il vecchio salutò e se ne andò senza lasciar concludere l’altro.

Aveva preso la parola. Se la teneva stretta ripetendola nel cervello, cercava di scolpirla su cellule organiche.

Alzò lo sguardo, vide un vigile e pensò: “Quello è un vigile, lo so”.

Ma quando scoprì di aver perso l’altra parola si sentì assalito dal terrore.

L’aveva dimenticata di nuovo. Non era più in grado di scolpire e non era stato abbastanza vigile. L’aveva fatta scappare di nuovo.

In preda alla paura entrò nel primo bar come un rifugiato fugge da un attentato. Con affanno chiese al barista come si chiamasse quello che porta via la spazzatura. Raccolse grasse risate tra i presenti e per la prima volta vide un uomo indicarsi la fronte con l’indice come si usa fare per segnalare la presenza di un pazzo. Non era la prima volta che vedeva fare quel gesto ma per la prima volta era lui il pazzo in questione.

Proprio lui. Severo, colto, fermo ed elegante.

Si rese conto di tutto. Se ne fregò.

Strappò un angolo alto del Corriere della sera, tirò fuori dal taschino la vecchia stilografica e scrisse, immediatamente, la parola suggerita.

“Netturbino”.

Aveva lasciato più chiazze che lettere ma era ben leggibile e questo bastava. Prese lo straccetto di carta e lo mise nel portafogli con una cura neanche fosse un foglio da cento euro.

Non si sarebbe liberato di quel foglio neanche per tutto l’oro del mondo.

Abbassò lo sguardo e uscì emulando la stereotipata figura del pazzo che ormai incarnava tra le becere e ignoranti pareti di quel bar.

Quella era la prima parola che era riuscito a salvare. Dopo qualche giorno salvò la seconda. Diversi giorni dopo cominciarono a perdersi una per ogni giorno poi, per ogni giorno, se ne persero diverse.

Le scrisse tutte. Una per una sul primo pezzo di carta che gli capitava. Nomi di oggetti, di figure professionali, di città… Per fortuna non conosceva molte persone altrimenti avrebbe dovuto costruire un archivio apposito.

La sera rincasava e sistemava le parole in ordine alfabetico.

Non passò molto prima che perse il controllo. Quando il solo svuotare le tasche piene di decine di pezzi di carta gli toglieva tutte le energie utili a ordinarli.

Allora ne lasciò in mucchietti sparsi promettendosi di ordinarli. Prima o poi. In verità avrebbe avuto tutto il tempo che voleva, non aveva niente da fare.

Ma doveva uscire e stare fuori casa fino allo sfinimento.

Il mondo è pieno di parole.

Più passava il tempo. Più aumentavano le parole. Più la paura si impossessava di lui.

Tra tutte le parole, una e una sola avrebbe voluto dimenticare. Se mai fosse successo non l’avrebbe incisa sull’ennesimo pezzo di carta. Ma più passava il tempo, più quella parola si faceva largo tra le altre. Come un mostro che si prende lo spazio spazzando via tutto ciò che ha intorno.

Un giorno il vecchio finì le parole. Forse faceva in tempo a dimenticare anche l’ultima. In cuor suo aveva sempre saputo che quella sarebbe stata l’ultima ad andarsene.

Quella parola non se ne andava.

Il vecchio non aveva nessuno. Solo con i suoi pezzi di carta che sembravano parti di un enorme puzzle.

I vicini chiamarono la polizia.

Forzarono la porta e lo trovarono sul letto. Il corpo cominciava a puzzare.

I due poliziotti si guardarono intorno increduli e lentamente si avvicinarono al letto.

Il vecchio stringeva un foglio bianco con la mano sinistra e una vecchia stilografica con la destra.

Aprì gli occhi proprio nel momento in cui i due guardavano in quella direzione. I poliziotti rimasero pietrificati.

Il vecchio scoppiò in una risata che subito si trasformò in un lungo, acuto e primordiale pianto.

0Shares