Giandomenico Pistonami. Dieci anni dopo la morte a Kabul

Era in tarda mattinata e, come sempre in quei giorni, mi trovavo alla postazione della redazione del Nuovo Corriere Viterbese. Dovevo solo riempire tre pagine di stupidaggini per l’inserto estivo.

Sullo sfondo le nuove in linea dei giornali nazionali.

Arriva ovunque, in caratteri cubitali, la notizia di un attentato a Kabul.

Una certezza: hanno perso la vita diversi militari italiani.

Una di quelle notizie che gelano. Non si può morire in guerra. Ogni volta che un uomo muore in guerra l’evoluzione umana torna al punto di partenza.

Notizie sempre più precise, i militari morti sono sei.

Mi chiama mio padre. Pensavo fosse un saluto ma il tono della voce era diverso. Un tono mai sentito.

“Questa mattina ho visto diverse auto dell’esercito…”

Giandomenico stava in Afganistan.

Realizzo e batto il pugno sulla scrivania. Una sensazione totalmente diversa da quella immediatamente precedente.

Lo conoscevo, era una amico.

Avevo 24 anni, Giandomenico 26 e quel giorno, dopo essere saltato su quaranta chili di tritolo con il lince su cui viaggiava, era passato da primo caporal maggiore a caporal maggiore scelto.

Era un paracadutista. E’ sempre stato tosto, ma anche uno di quei tipi introversi con lo sguardo dolce.

Non riuscivo a ragionare. Esco dal giornale e torno a casa, sconvolto. Mi avevano detto che il mio posto era lì ma non ce l’ho fatta.

Nel 2001 l’attentato di New York mi aveva spinto a studiare, leggere e provare a comprendere la storia contemporanea. Sempre più convinto che avrei fatto il giornalista e che avrei lasciato un contributo al racconto di questi anni. Il 17 settembre del 2009 ho capito che la storia non è altro che la somma delle nostre storie private e che, probabilmente, non avrei fatto il giornalista. Ho spento tutto e me ne sono andato.

Torno a Lubriano. Neanche mille anime, praticamente una famiglia.

Dovevo vedere tutti gli altri. Erano tutti lì, in lacrime.

Nessuno ci voleva credere. Aspettavamo la smentita.

Da quel momento eravamo in guerra, tutti.

Da quel giorno non ho mai smesso di pensare a quanti militari e civili sono morti e a quante persone se ne sono andate con loro. Quanti genitori inconsolabili si chiedono se rivedranno i propri figli. Quanti pellegrinaggi alle loro tombe.

A quante persone sono ancora in guerra, con noi.

Dieci anni fa. Uno dei peggiori periodi della mia vita. Ricordo i funerali di Stato alla basilica di San Paolo a Roma. Ricordo le frecce tricolore, il grido dei militari “Folgore! Folgore! Folgore!” Eravamo lì, tra ministri e presidenti, pronti ad accompagnare Giandomenico a casa e preparare il suo vero funerale.

Ricordo le veglie fatte in quelle notti. Gli abbracci. Franco e Rita che fissavano la bara del figlio avvolta dal bandiera italiana. In cerchio, ognuno raccontava qualcosa su Giandomenico o sulla propria vita. Così vicini alla morte, raccontavamo la vita. Il dolore ci stava unendo. Bambini, vecchi, amici, conoscenti, sconosciuti… tutti venivano ascoltati allo stesso modo.

Abbiamo ricoperto il paese di fiori e tricolori. Non volevamo mai separarci e non ci sembrava mai l’ora di tornare a casa. Nessuno dormiva da giorni e sembrava che l’alba non portasse mai un nuovo giorno.

Dopo qualche settimana abbiamo regalato a Giandomenico un monumento che è stato installato nel parco che oggi è dedicato a lui.

Le nostre vite sono andate avanti e lui è sempre lì, pietrificato nei suoi 26 anni. Alcuni di noi hanno una famiglia, figli, alcuni sono militari e qualcuno è anche andato in Afganistan.

Oggi, dopo dieci anni, penso che lui rimarrà giovane per sempre. Per sempre lo ricorderemo nella sua solita posa. In piedi sulla soglia del bar a fumare una Marlboro rossa. Per sempre giovane e forte come i guerrieri nei canti mitologici.

Da quel maledetto 17 settembre 2009 la guerra ha travolto tutti noi. E’ ormai una parte indelebile delle nostre storie, l’abbiamo vissuta e vista da vicino. Nelle nostre lacrime e nella nostra disperazione. Quel giorno siamo passati dall’incredulità alla presa di coscienza della violenza e della morte.

Il 17 settembre 2009 eravamo come sfollati, senza una casa in cui tornare. Senza fame e senza sonno. Sotto le bombe. Tutti insieme, in cerca di risposte inesistenti.

E’ rimasta la sensazione di sentire vicine le sofferenze di chi, anche in questo momento, sta morendo sotto i colpi di un conflitto. Sta sanguinando, scavando, cercando un angolo sicuro con in braccio un figlio o un padre o un amico o uno sconosciuto. Chi sta vivendo qualcosa che non comprende. Quella cosa che, quando c’è, si vuole solo che finisca al più presto e non torni più. La guerra, la sofferenza, il dolore, il lutto e i ragazzi morti. La guerra che toglie la vita e cancella l’umanità.

Ogni volta che portiamo i nostri figli al parco viene d’istinto di voltarsi verso quel monumento e verso la foto di Giando.

Lì inizia una storia che non smetteremo mai di raccontare. Un dovere verso le nuove e le prossime generazioni. Perché ogni singola storia sarà parte integrante della storia futura. La guerra non è una pagina del secolo scorso. E’ stata qui, ci ha colpito ed è molto più vicina di quanto crediamo. Giandomenico ce lo ricorda ogni giorno. Non saremo mai indifferenti alle guerre e alle sofferenze del mondo.

 

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