L’idea sarebbe questa: perché non abbattiamo tutti gli alberi di Viterbo?

…ma volendo anche quelli dell’intera provincia. Così non rischiamo più di crepare schiacciati sotto i rami che si suicidano nei giardinetti pubblici.

Partiamo dalla fine. Se mai si dovesse presentare un candidato sindaco che nel suo programma elettorale promettesse un drastico taglio di ogni singolo albero della città, io lo voterei a occhi chiusi. Accompagnandolo nella sua tortuosa marcia verso il trono con tanto di banda musicale e fragoroso applauso.
E no. Non è una provocazione. Lo farei sul serio. Sarebbe, a mio modo di vedere le cose, un atto di profonda lungimiranza. Il primo dopo un fastidioso vuoto cosmico fin troppo persistente.
Ora uno dice: ma sei diventato scemo? Parli tu, che in meno di cinque anni hai piantato due, trecento alberi? Coerenza zero, ragazzo mio. Fai pace col cervelletto.
E invece si, parlo proprio io. E lo faccio con cognizione di causa. Da hobbista appassionato, amante del verde, scultore forsennato di giardini. E vengo anche a spiegare il perché.
Anzi, prima parto da due tristi verità. A Vetralla è da poco caduto un ramo e momenti ammazza nonni, figli e nipoti al fresco del parco (se ne è parlato mooooolto a lungo in rete). A Farnese qualche giorno dopo è successo praticamente lo stesso. E non se ne è parlato solo perché la notizia non è filtrata a chi di solito riempie i giornali locali.
Ecco, partiamo proprio da questi due casi emblematici. Giardinetti. Pinete. Viali alberati. Aree verdi. Autentiche oasi di relax che spuntano come funghi in mezzo a cemento, rotonde, sampietrini e altre svariate forme di griglie da barbecue estivo. Perché dovremmo distruggerli?
Chi ha piantato in tempi remoti quegli alberi lì, per intenderci, certo non avrebbe mai pensato che oggigiorno quelle arterie sarebbero state così affollate e trafficate. Mi viene in mente mia nonna quando racconta che “Da Piansano verso Capodimonte, fino al fontanile (tre, quattro chilometri) c’era un gelso, e poi un ciliegio, e poi un gelso ancora. E così via…”. E nessuno è mai stato schiacciato o s’è lamentato. Anzi, il somaro ci si fermava sotto a ricaricare le pile. E dal carretto eri pure messo bene per arrivare a more e drupe varie, troppo alte per essere invece raccolte da terra.
Ora, passiamo da Piansano a Viterbo, e pensiamo per un attimo al boulevard Marconi. Quelle sardelle di piante messe giù dall’allora sindaco Gabbianelli (tranquillo Gabbianè, non sei l’unico ad aver sbagliato), magari consigliato dal solito agronomo che ragiona sul breve termine o per partito (non “preso”, ma nel senso proprio imposto da un partito politico), oggi come oggi ci portano a fare qualche considerazione. 1) sono troppo vicine alle case. 2) a breve sconquasseranno il manto stradale. 3) costano anche parecchio di potatura. Potatura inutile, tra l’altro. Anzi, dannosa. Ma di questo torneremo a dibattere in seguito.
E quindi da Viterbo rispostiamoci in Alta Tuscia, sul vialone del passeggio estivo e lacustre di Capodimonte.
Lungo la spiaggia l’ombra serviva. Logico. Su questo non ci piove. E quindi la scelta di mettere a terra altre bestie assurde non è stata così sbagliata. Poi però che succede? Succede che creaturine come faggi, olmi, pioppi e via dicendo, tendono lievemente a crescere. E crescendo spaventano. Così arriva il tecnico di turno (vedi Vetralla) e ti dice: poniamo il tutto in sicurezza. Zaghete. Capitozzatura servita. E drastico taglio nella parte aerea, tipico pure nei platani e nelle querce.
Il risultato? Per qualche anno tutti sereni. Spesso comunque gli alberi si ammalano perché i tagli sono enormi, e perciò vanno abbattuti (con costi che lievitano). Se invece si salva qualche esemplare, presto si trasforma in autentica bomba a orologeria. Perché quando tagli sopra, si ritirano anche le radici sotto. E per sorreggere quel popò di tronco la vita diventa dura. In più nella parte aerea la faccenda ripartirà velocemente. Troppo, perché la forza e la spinta sono notevoli e le radici mancano. Se non bastasse i nuovi rami saranno lunghissimi, spesso quasi orizzontali, e sicuramente più pericolosi dei vecchi. Se poi c’è vento allora son cazzi doppi…
A questo punto perciò le strade da percorrere diventano obbligatoriamente due. E drastiche. O si lasciano le piante come sono, e se dovesse cadere un ramo fa parte del gioco (come i gelsi di mia nonna o come qualsiasi foresta, che se ci entri dentro è sempre un casino tra vecchi caduti e nuovi emergenti), oppure si ricomincia daccapo.
In che senso? In virtù del fatto che l’uomo ha la pretesa di modellare il paesaggio a sua comodità (guardate il merdoso progetto green di Milano e inorridite. Non era meglio vietare plastica ed emissione delle fabbrichette?), la via è una sola e dolorosa.
Si riparte da zero. Si taglia tutto. In modo scalare. E si ripianta dal principio. Con la logica degli alberi bassi (non più di quattro, cinque metri) a crescita rapida. Che comunque fanno ombra, ma almeno se cade un ramo ferisce e non uccide. Semplice. Semplice ma coraggioso.
Io uno che si dovesse presentare con questa visione e questo programma, ammetto e ripeto, lo voterei. Si, lo farei sicuramente. Anche perché pensare che quattro alberi in città possano aiutare il mondo è un po’ come urinare nel mare al grido di “tutto fa”.

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