Capossela a Ferento dopo 13 anni. Minchia

Vinicio Capossela a Ferento è la cosa più bella che sia capitata in Tuscia dal lontano 2006. Da quando cioè, sempre al teatro romano di Ferento, si presentò lui… Vinicio Capossela. Nel mezzo, prima, e molto probabilmente anche dopo, il nulla o poco più.
Ma c’è comunque la speranza che Vinicio prima o poi ritorni. Confidiamo perciò pazienti, tra una cover band dei Queen da sgabuzzino e un tale Gué Pequeno mi dicono erede di Raffaella Carrà in tivù. E proseguiamo volentieri a parlare del concerto di ieri l’altro.

La prima cosa che salta all’orecchio di uno come me che lo segue e lo finanzia (con gioia estrema e sentendosi pure un po’ in colpa) da ormai venti anni, è che questo qua la freschezza non la perde proprio. E che a metà strada tra i cinquanta e i sessanta farsi (ri)trovare sistematicamente sul pezzo, anzi, in un certo qual modo anticipare gli eventi e quindi spiazzare ancora gli aficionados, è cosa che pochi si possono permettere. Anzi, solo lui. Longevo, produttivo e tutt’altro che ridondante come nessuno mai prima e chissà se qualcuno dopo. Per il momento di maestri uno o due se ne vedono pure (Waits su tutti, ma superato), di eredi manco l’ombra. Pace.

Capossela si è affacciato in città con un album macigno e un mancato sold-out che sulle prime non lasciavano pensare alla migliore delle serate. E chi lo conosce sa bene di cosa parlo. In più era anche lunedì… E invece alla faccia delle critiche (leggi “seghe mentali da radical chic internettiano”) ha srotolato uno spettacolo innanzitutto “nuovo”. Nuovo nei musicisti (giovanissimi, bravo). Nuovo nei contenuti (“il suo album più politico”, lo ha definito chi ci capisce). Nuovo negli arrangiamenti (tra poco scendiamo nello specifico). Eppure estremamente legato a quel filo conduttore che da “Canzoni a manovella” in poi colloca il buon Vinicio tra i primi tre, quattro cantautori italiani dall’alba del pentagramma.
P.S. Tra cinquant’anni diremo che è stato il più grande di sempre. Ma prima deve morire. Sennò pare brutto nei confronti di chi già è andato. Perché uno diventa mito o mitologico solo dopo che è schiattato. Al contrario del maiale, per dire. E per utilizzare proprio le sue parole. Che “finché sei vivo ti chiaman maiale ma quando sei morto ti chiamano porco”.

Comunque. “Ballate per uomini e bestie” è un cazzo di album rock. Il primo sul genere targato Capossela. E scusate il cazzo ma nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Perché ok le chitarre di Asso che tanto lui può suonare di tutto e da seduto per giunta, ma affacciarsi ad un sestetto (più Vinicio) di stampo medievale e ritrovarsi a sorseggiare un paio di pezzi punk più tre-quattro velenosamente duri, è cosa che ti lascia così, mupo. Mupo come un pesce. A bocca aperta come il pesce mupo.

E proprio qui risiede la grandezza del buon Vinicio. La sua necessità di comunicare non cade mai nel banale o nel “vieni che il nonno saggio ti racconta una storia”. Lui prende tutto sul serio. Ma tutto con leggerezza. Confeziona bombe leggerissime e scolpisce incudini su bolle di sapone. Non fa mai la morale e non è mai spocchioso (se lo potrebbe stra-permettere) pur regalando all’ascoltatore delle gemme assolute. Diamanti che spaziano con filo logico et folle dalla Grecia alla Russia, dall’Odissea a Twitter, da Céline a Ciccillo (andatevelo a cercare se non sapete chi è).

Tra l’altro l’averlo seguito dall’alba dei tempi ad oggi permette di poter arrivare ad un’altra piacevole constatazione. Seppur quella con la gonna larga e l’ascella non rasata che sculetta male e ti balla davanti anche se sei in prima fila la trovi e purtroppo la ritroverai sempre (ma checcossè l’amor non la fa? No. E muori), c’è da rimarcare che non solo lui, ma anche il suo “fare” è cresciuto. Si è evoluto. È diventato adulto.
Alla faccia di tutti quelli che vogliono sempre “quelle cose lì”, Capossela evita sereno di riproporre quei tormentoni che lo hanno glorificato (“La donna cannone” di De Gregori o “La donna cannolo” di Elio, per dire). E se proprio li deve fare te li stravolge in modo tale che mai più ascolterai “Con una rosa” come prima che ti venisse la barba.

Insomma. Al cospetto del tempo che passa, della saggezza che sopraggiunge, e dell’alcol che cala (…), Capossela migliora più del vino che beve e pare ancora lontano dal ritorno alla sua Itaca. Pare invece destinato ad un pubblico ancora trasversale nell’età ma sempre più di nicchia (questo spiega anche il mancato sold-out. Questo e pure Viterbo, città totalmente e storicamente impreparata ad un vero evento culturale). Pare anche legato ad un destino di racconta-storie-scava-memorie. E noi comuni mortali non dovremmo mai finire di ringraziarlo. Per quanto fatto. Per quanto farà.
Così, “come avrebbe detto il grande Psarantonis”, urliamogli in coro un enorme “Graziaaaaaaa”.
Salute, caro Vinicio. Ci si rivede in zona tra tredici anni. Quando Gué PeFregno per il bene dell’umanità non sarà più nemmeno un ricordo. Amen.

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