I nostri ricordi. Mine vaganti dentro una borsa

Che gli anni passano ce ne accorgiamo dalle rughe. Dalle diverse abitudini. Dalle persone che cambiano. E dalle borse. Sì, dalle borse. Non per il modello che passa di moda, ma per quello che, a distanza di anni, ci trovi dentro. Di tutto.

Estratti conto, un microfono pronto all’uso, quando esisteva (e sarebbe dovuto esistere ancora) Tuscia Live. Auricolari di un vecchio Blackberry, telefono che ho salutato con grande affetto circa quattro anni fa. Un vecchio pacchetto di Marlboro light con dentro una sigaretta. La sigaretta lasciata in caso di necessità, dopo quattro anni senza. Una chiave con scritto “bagno”. Eh!! Si fa presto a dire bagno. Va’ a capire quale.

Chissà di quale bagno mi sarò appropriata portandomi via la chiave. Fogli con appunti per le interviste di una telecronaca di Santa Rosa di non so bene quale 3 settembre. A occhio e croce il 2015.

Tracce di qualche primavera passata. La sabbia. Granelli di sabbia negli angoli di quella borsa grande. Che dentro c’entrava pure l’asciugamano e il libro. Roba del 2013 o 2014. Quando con il mio cane e la mia borsa salivamo su quella Mini, ormai da salutare e rottamare, e puntavamo su Tarquinia. In compagnia di quella musica che iniziava a imporsi alla radio con la prepotenza e l’irriverenza  dell’estate che arriva. Una vecchia sim di cui non ho memoria. Una multa. Divieto di sosta. Via Cavour. 2012. Ormai rateizzata insieme alle altre che pago mensilmente a Equitalia. Caramelle. Caramelle sparse. Come i pensieri sparsi nella mia mente nel ritrovare tutte queste cose. In un giorno qualsiasi, quando decidi di fare un po’ di spazio e buttar via le cose che non utilizzi più. Borse incluse. Un borsellino per le monetine. Burton. La marca del completo da sci. Il borsellino che si tiene all’interno della tasca dei pantaloni quando sei sulle piste a sciare. Come sia finito dai pantaloni alla borsa bianca estiva sinceramente non saprei. 

Una pendrive con dentro qualche pagina di vita scritta, buttata giù tra un amore, una delusione, o qualche altra emozione che meritava di essere cristallizzata da qualche parte. Qualche foto. Una ventina di miei articoli al tempo di Libero. Roba del 2004 o giù di lì. E poi una musicassetta. A occhio e croce ci potrebbe essere inciso uno spot. Ma ancora non ho trovato nè il tempo, nè il modo di ascoltare. 

E con la coda dell’occhio intravedo qualcosa in una tasca interna di quella borsa che adoravo. Alternativa. Colorata. Quella che mi ha accompagnato in un meraviglioso viaggio. Primavera 2010. Due ticket della metro, un pacchetto di fiammiferi di un locale. E quel biglietto: Battery Park Flex 03 26 2010 The Statue of Liberty National Monument.

Un viaggio che resterà nel mio cuore per sempre. Come quell’immagine simbolo. Come quel raggio di sole intercettato tra le nuvole, in quel giorno di pioggia, durante la fase di decollo sopra Manatthan. 

E ancora, nella borsa lilla e beige un rotolino di bustine per la pupù.. anzi, le cose vanno chiamate con il proprio nome. Per la cacca di Mojito. Una ricetta del veterinario sempre per Mojito. Una pila stilo. Un foglietto con sopra le date degli appelli di tre esami. 

La vita entra anche dentro le nostre borse. Si ferma dentro le nostre borse. In attesa di essere ritrovata dopo anni. In attesa di continuare a vivere dentro un’altra borsa. Oppure in attesa di essere dimenticata. O essere buttata, a volte da sola, a volte insieme alla borsa. 

 

Ci sono tracce di vita nelle nostre borse. E per questo hai difficoltà a buttarle. Perché è come dire addio a qualcosa di tuo. Come buttare uno scrigno che ha conservato e portato con te una parte delle tue giornate. Devo sempre fare i conti con questa parte di me a volte un po’ nostalgica. Che non riesce a staccarsi dal proprio passato. Anche da una sigaretta, un granello di sabbia. Una conchiglia all’interno della quale ho scritto “settembre 2014”. Uno scontrino con sopra una data che ricorda qualcosa. E allora prendi una scatola. Ci vuoti dentro tutto quello che vuoi conservare. Salvare. Compresi quegli inutili scontrini. E quella scatola sai già che finirà nell’angolo più nascosto sopra il soppalco. Sai già che passeranno anni prima di riaprirla. Ma sai che c’è. Che sta lì. Insieme a qualche borsa che hai deciso comunque di tenere. Anche se non la userai più. Funziona così. Almeno per me. No, non sono un’accumulatrice seriale di cose. Scelgo di conservare quello che mi ricorda qualcosa. Che mi fa sorridere. Che mi fa chiudere gli occhi e ripensare a otto, dieci, quindici anni fa. Non importa quanto. Qualcosa che richiama un profumo. Una sensazione. Una situazione che merita di essere fermata. Rivissuta. Anche solo per un attimo. Anche solo il tempo di un pensiero, che viaggia, e riaggancia un momento che ancora oggi merita di essere rivissuto. Che ancora oggi merita di essere conservato. Anche dentro una borsa. Anche dentro una scatola. 

 

[La vita non è mai nelle nostre stanze] Ferzan Ozpetek, Mine vaganti

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