C’era una volta Civita. Il ricordo della città che muore negli occhi di chi l’ha vissuta

Parla di questo e parla di quello, alla fine l’Arenone (oltre al casino) crea pure un po’ di dibattito. Di seguito la piacevolissima lettera amarcord giunta in redazione da un nostro lettore. Godetevela.

Erano i primi anni ’70 avevo tredici o quattordici anni e mio padre comprò una casa a Civita.

Era, più che una casa, un rudere. Ma a Civita! Un’avventura, probabilmente non dal punto di vista dell’impegno economico ma per l’originalità della scelta.

Per accedere non si pagava il biglietto. I residenti erano, mi pare di ricordare, una quarantina. Oggi ne sono rimasti quattro e ci conosciamo da allora. Qualche casa era già di pionieri forestieri.

C’era solo il bar di Peppone e un’unica trattoria, quella del Moretto (oggi della nipote, si chiama Da Agnese). Il bar ospitava l’unico telefono. Quando arrivava una telefonata per qualche abitante il figlio di Peppone, ancora in calzoni corti, correva ad avvisare il destinatario. C’era però già un negozio di souvenir.

I trasporti pesanti lungo il ponte erano a dorso di mulo. Mia nonna, che faticava, non volle salire sul basto così fece la slita trainata stringendo tra le mani la coda dell’animale. Un po’ schifata ma era donna di spirito.

Per sei mesi Civita ebbe anche un’alimentari ma i prezzi erano più alti di quelli di Bagnoregio, credo soprattutto per il trasporto. I civitonico non ci andavano e chiuse malgrado fosse molto comodo.

Davanti casa c’era un forno a legna diruto da tanto di quel tempo che non si riuscì a capire di chi fosse. Mio padre lo fece comunque restaurare e quando lo accendeva, dopo che l’avavamo usato per cuocere il nostro, lasciava che i concittadini ci cuocessero il loro. Un errore che accese le ire degli altri proprietari di forni i quali si facevano pagare, 100 lire a cottura se ben ricordo. Così smettemmo di usarlo.

Poi iniziai ad andare a Civita senza genitori e con gli amici. Immaginate sei, otto fricchettoni in libera uscita a Civita! I carabinieri vennero a trovarci la mattina all’alba per una perquisizione ma la facemmo franca.

Sotto casa c’era un mezzo colombario etrusco (l’altra metà era franata a valle). Lo si raggiungeva seguendo un breve sentiero a strapiombo sulla rupe e senza protezione. Era pericolosissimo ma noi, seppure con una certa apprensione, lo percorrevamo.

Affittammo poi una grotta e un pezzetto di terra lì di fronte. Per accedervi si scendeva una scala scavata a tunnel nella roccia con una splendida apertura sulla valle sottostante. La grotta conservava una macina scavata nel tufo e una vecchia vite lignea tarlata. Fuori il nostro vicino di asa coltivava l’orto che rimaneva a sua disposizione in nostra assenza. Poi tese una rete e si mise ad allevare galline faraone. Un giorno mentre le nutriva lo attaccarono e lo ferirono ripetutamente. Allora prese il fucile e, prudentemente dall’esterno della recinzione, le sparò tutte. Fine dell’allevamento.

Per noi cinque figli tutto era novità: l’eccezionale libertà di cui godevamo, le passeggiate al Montijone a cercar fossili che duravano una giornata intera, i muli, i richiami mattutini del maiale (che poi finirà in prosciutti, salsicce e ciccioli come documentari con un attento servizio fotografico in bianco e nero), i paesani così diversi dai cittadini romani, le castagne da raccogliere, i caminetti grandi che ci si poteva sedere dentro e poi il dialetto. Ma noi stessi eravamo una novità per il paese che ci accolse con curiosità e simpatia. Del resto se andava anche solo la famiglia, sette persone, la popolazione aumentava del 17 per cento. Poi venivano con noi amici di famiglia da tutto il mondo e poi la famiglia che prese la casa confinante con la nostra: altri quattro.

Sulla porta d’ingresso una vecchia falce e un martello incrociati indicavano il sentimento politico della famiglia. All’ingresso della cantina sottostante una scritta fatta a mano con vernice verde e pennello avvertiva: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”.

Infine si aprì la crepa nel muro. Monitorata da un vetro cementato si allargò fino a che il Genio Civile non recintò la casa con il filo spinato. Inutilmente chiedevamo di demolire la parte verso la rupe per mantenere l’altra metà dell’edificio. Seguì un lungo abbandono che si concluse con l’acquisto dell’immobile da parte del Comune che voleva farne una dependance del locale Museo Geologico e delle frane. Diventerà invece un prestigioso B&B (la residenza d’Artista). Nel frattempo la rupe fu messa in sicurezza con un impegnativo intervento finanziato dalla Comunità Europea. In compenso il toponimo Casa Greco, dal cognome della mia famiglia, è rimasto, come evince dai depliant del Museo.

Ludovico Greco

Ringraziamo Ludovico per aver condiviso la propria esperienza. Questo blog è aperto alle vostre storie, esperienze, racconti, curiosità…

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