Il Trono di Spade, ovvero come diventare dipendente da una serie tv

Sono finita nel tunnel delle serie tv. Lo confesso. O forse ci sono rientrata, visto che in passato mi era già capitato di seguirne spasmodicamente alcune che mi avevano creato dipendenza, seppur non come adesso: Romanzo Criminale (Io stavo col Libanese, ovvio), Criminal Minds (ho saltato solo l’ultima stagione), Suburra (la seconda serie l’ho vista in una notte), le prime stagioni di Grey’s Anatomy (poi in seguito abbandonato), Daredevil (l’ho amato da impazzire, ma la terza serie è stata una mezza delusione: senza Black Sky mancava quell’emozione che mi aveva portato ad adorare il Diavolo di Hell’s Kitchen anche nel ben fatto spin off The Defenders).

 

Poi quel figo di George Clooney (avete presente quando parlo di vintage di spessore? Ecco, George è il vintage di spessore più vintage di spessore che ci sia) ha deciso di girare una serie, Catch22, a Viterbo e nella Tuscia e allora mi sono detta: tocca guardarla, non foss’altro per senso di appartenenza! Ma in realtà – sempre chiedendomi perché da Hollywood mr Nespresso avesse scelto proprio questo angolo remoto di mondo per il set della sua serie – sono morta di noia alle prime due puntate e l’ho mollata subito. Cambiando canale, mi sono imbattuta casualmente nelle repliche dell’ottava stagione di Games Of Throne. L’ultima, accompagnata da polemiche di cui ho sentito l’eco ma che non ho seguito per non incappare in qualche spoiler. L’ultima, quella che assegna il Trono di Spade.

Ho cambiato canale. Non ho visto le repliche. Non quella sera di qualche settimana fa, almeno. Rispondendo agli inviti di varia umanità che da anni non fa che che ripetermi “ma non lo segui tu il Trono di Spade? Ah, devi assolutamente vederlo” e a cui io ho sempre fischiato – più per spirito da bastian contrario che per la mia nota poca propensione al genere fantasy-, ho preso l’iPad, avviato SkyGo e ho cominciato a seguire GOT dalla puntata 1 della prima stagione. Rendendomi immediatamente conto del perché tutti mi esortavano a seguire questa serie.

Da quel momento, vivo in simbiosi col mio iPad, cosa che provoca non pochi attriti con mio figlio Alessandro che lo reclama per sé al pari di Stannis Baratheon con il Trono di Spade. Combatto come il re del Nord per tenermelo (sperando di non fare la stessa fine, ma se proprio la mia testa dovesse capitolare spero che ci sia lui ad aspettarmi nell’aldilà). Approfitto di ogni momento libero per andare avanti con le puntate di GOT. Spesso ci faccio anche notte, ma otto serie da dieci puntate di un’ora ciascuna sono troppe per potersi abbandonare a maratone stile binge racing. Specie se hai giornate piene e due gemelli come la sottoscritta. Quindi quando posso procedo step by step, puntata dopo puntata. Colpo di scena dopo colpo di scena, fino a scoprire chi siederà sul Trono di Spade ora che winter is coming.

Non l’ho ancora scoperto, infatti. Sono arrivata alla stagione sei, ma ardo come se bruciassi nel fuoco dei figli di Daenerys Targaryen per arrivare in fretta alla fine, sperando allo stesso tempo che questa serie non finisca mai. Perché il Trono di Spade mi ha preso come raramente mi era capitato con una serie tv, e non mi stupisce che sia una delle più amate di sempre dal pubblico, che le è rimasto fedele attraverso gli anni. Ne sono diventata dipendente. Mi ci sono immedesimata, quasi morbosamente, e passo le serate libere incollata al video dell’iPad a sognare di incontrare sulla mia strada, in un altro tempo e in un altro spazio, cavalieri belli, oscuri e tenebrosi come Jamie Lannister (se entro la serie 8 si tromberà, come spero, Brienne di Thart sarà una rivincita per tutte noi antieroine non strafiche) Robb Stark e Jon Snow, anche se il mio personaggio preferito in assoluto è il Folletto. E vivo ogni puntata con emozione e trasporto perché il Trono di Spade è avvincente, perché per la prima volta in vita mia apprezzo il fantasy (sono una dei pochi al mondo che si è addormentata dopo 10 minuti dall’inizio della trilogia del Signore degli Anelli e che detesta Harley Potter, per dire), perché non c’è una sola trama ma mille trame che si intrecciano.

Un intreccio che adoro. Sto talmente in fissa con GOT, tratto dal ciclo di romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martine divenuta serie tv sul canale yankee HBO (in Italia è andata in onda dal 2011 fino a maggio 2019), che ho persino scaricato da iTunes anche Jenny of Oldstones, colonna sonora dell’ultima stagione, e la ascolto di continuo. Se non è dipendenza questa –  peggio della mia atavica onicofagia, peggio dei lacci di liquirizia, peggio della cioccolata al peperoncino, peggio delle canzoni dei Guns -, dovrò passare direttamente all’eroina per sentirmi maggiormente dipendente da qualcosa. Ma magari poi mi farebbe male più quella delle notti insonni a guardare, con occhi sognanti, una splendida serie tv.

Ps: il primo che fa spoiler è un uomo morto, lo giuro sul Trono di Spade!

La cattiva ragazza

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Io sono Black Sky