Ballate per uomini e bestie

L’undicesimo album (macigno) di inediti del buon Vinicio Capossela

È bello invecchiare. Maturare. Crescere. Ed è confortante farlo con qualcuno a fianco che non solo ti segue, ma addirittura ti anticipa. Ti spiazza. Ti abitua ad un qualcosa di nuovo e non appena che ce l’hai fatta, che ti sei sintonizzato, eccolo che ti stravolge ancora l’orizzonte. Pur rimanendo sempre sul pezzo. Lontano e vicino. Amico. Ma a debita distanza.
È appena uscito “Ballate per uomini e bestie”. Undicesimo album di inediti targato Vinicio Capossela. A tre anni di distanza dal doppio “Canzoni della cupa”. Altro monolite. Che al solo pensiero fa ancora bruciare le cicatrici di chi ha saputo respirarlo a fondo.
Vinicio ha tanto da dire. È un mondo che non si spegne mai. E che anzi, ogni santissima volta, si espande. Cambia forma. Racconta il futuro attraverso il passato. E per fortuna. Perché ad ogni suo disco uno trema e pensa che sia l’ultimo. Che Itaca è vicina. Che a furia di dare e dare prima o poi si finirà per ritirarsi nel silenzio. E invece nulla. Siamo ancora qua. Stoici, come disse una volta il suo fedelissimo Uomo-lupo.
Quattordici tracce. Tante. E lunghe. Un’esigenza comunicativa che comincia a sapere quasi di ansia. Di necessità. E la pomposità barocca delle varie formazioni che si susseguono di brano in brano ne è la piena conferma. Così come la struttura armonica che da brano volge sempre più verso la forma di racconto.
Spulciando in rete si comprende bene che le Ballate non sono per tutti. Che ormai Vinicio ha dato. Che è intrappolato nel suo personaggio (come il Minotauro dei bei tempi). Che lo spunto artistico non è alto come una decina di anni addietro.
Cazzate. Puttanate. Masturbazioni internettiane da critici musicali o da pseudo-puristi.
Capossela è patrimonio mondiale. È come il panda, va difeso. È cosa che nasce una sola volta. È ciò che le generazioni future dovrebbero studiare a scuola.
Quello che emerge dopo un lungo e doloroso nuovo ascolto, oltre al sangue dalle orecchie e la voglia di rimpastare il mondo, è riassumibile in due misere giganti parole: semplicità e profondità. Che si possono a loro volta scindere in una trama sconfinata di altri vocaboli. La semplicità come ritorno alle origini, come conoscenza, rispetto, cultura popolare, valore. La profondità come approfondimento, ricerca, azzardo, rilancio.
Non manca poi quella vena classica di Vinicio, e di chi come lui trova difficoltà nello stare al mondo, legata allo sberleffo, alla follia, al prendersi poco sul serio, al delirio. E così il giochino elettronico (La peste) ben si intreccia col punk-medievale zamboniano di Nuove tentazioni di Sant’Antonio. La pesantezza mitologica de Uro viaggia meravigliosamente a braccetto col piedino tacco e punta de I musicanti di Brema. Il povero cristo è tanto attuale che le radio la passeranno per la melodia pur tralasciando il testo (…). Il testamento del porco finisce dritta dritta nel reparto capolavori. Logicamente dissacrata quando pur di non ammettere di averlo scritto, un capolavoro, Capossela stesso la porterà all’estremo del grottesco su qualsiasi palco andrà a suonare.
E qui forse sta la differenza tra il buon Vinicio e i pilastri coi quali viene puntualmente (e ingiustamente) paragonato. Capossela non è Fossati e manco De André. Capossela è Capossela. Istrionico. Beone. Magari pure antipatico. Ma vero. Curioso spettatore del mondo. Divoratore di cultura. Dissacratore di se stesso. Giullare colto. Sempre attuale. Lui scrive per sé, per esigenza. Grafomane, forse. Ma ce ne fossero.
E anticipare i tempi, purtroppo, spesso vuol dire non essere capiti. Perché un conto è la banalità, un altro la leggerezza. Anche quando si sta dibattendo di pesantezze moderne.
“Ballate per uomini e bestie” è un inno alla riflessione, alla natura, alla lentezza, alla ricerca, al “vero e non al reale”. E perciò fa male. Dà fastidio. E perciò andrebbe comperato. Perché in fin dei conti questo siamo tutti, uomini… o bestie.

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