Commenti disabilitati. La fine di una democrazia

In attesa che arrivi il bel tempo (così magari qualcuno va al mare), che riaprano certe strutture psichiatriche, o che venga reintrodotta la ghigliottina, vi spieghiamo come mai non si possono più commentare gli articoli de L’Arenone.

In primis chiediamo subito scusa ai nostri milioni di lettori, che ora non potranno più esprimersi. Ma la scelta è stata inevitabile. Come quando passammo dal somaro col carretto al motore a scoppio. I commenti su L’Arenone sono momentaneamente (e diciamolo, momentaneamente) disabilitati. Veniamo quindi a spiegare il perché.
L’altro giorno la collega di lungo corso Eleonora Celestini ha ripercorso su queste colonne una delle pagine più brutte della sua vita. Rivivendo e condividendo un caso di malasanità che ha visto protagonista sua figlia. Una bambina. Indifesa. Non votante. Incapace di provare cattiveria e di cospirare contro qualcuno.
L’articolo ha fatto il boom. E non siamo certo noi a scoprire che la malasanità tira almeno quanto gli incidenti, i gattini sugli alberi, o gli alberi di Natale senza gattini inviati dai lettori al proprio giornale di fiducia durante le festività di fine dicembre.
In meno di tre giorno l’elaborato ha raccolto più di 25mila click. Che sono un’infinità. Una cosa impensabile per noi comuni imbrattacarte. Forse anche troppi.
Quando un pezzo gira tanto però, è logico che finisca anche nelle mani di chi non lo capisce. E senza offesa, sia chiaro. L’intento della Celestini era solo quello di raccontare quanto avvenuto. E di trasmettere un avvertimento con lieto fine (seppur doloroso) a quanti si dovessero malauguratamente mai trovare nei suoi stessi panni. Quelli di una madre alle prese con una figlia malata. Punto.
La solidarietà alla collega è arrivata da ogni pinzo dello Stivale. In molto ci hanno scritto privatamente, altri si sono affidati ai commenti. Strumento democratico e di discussione che coinvolge e fidelizza un lettore.
Tutto molto bello, lo ammettiamo. Perché quando non hai un editore alle spalle, quando scrivi per il solo piacere di farlo, senza paga e senza prospettiva, la solidarietà e il coinvolgimento diventano strumenti indispensabili ad andare avanti. Con fatica. Ma almeno scrivere assume un senso.
Tra i vari commenti però ne sono arrivati una ventina, o qualcosa di meglio, da parte del più classico dei nickname che non riporta a nessuno. Un poeta anonimo che ha voluto per l’occasione impossessarsi del nome e cognome di un collega del secolo scorso, il quale siamo certi si stia rivoltando nella tomba.  Uno che a quanto pare ha deciso di passare quella giornata (e speriamo non altre) a infastidire noialtri.
Non ci siamo affidati alla Polizia postale (quelli bravi fanno così). Non abbiamo replicato né siamo andati a cercarlo con un grosso randello. Semplicemente abbiamo deciso di tappargli la bocca, giacché alle 22 di sera era ancora lì che incalzava (ma questi, cenano? Una famiglia non ce l’hanno?).
Eccoci quindi al dunque. “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”, dice il cartello del benzinaro di Capodimonte. E quindi abbiamo chiuso i commenti. Per un po’. Aspettando che le acque si calmino. O che arrivi il bel tempo. Che magari al tipo non gli piacerà la Celestini (non sarebbe mica il primo: a volte non piace neanche a noi, siamo onesti), non gradirà quelli che si lamentano sulla malasanità, ma forse amerà il mare, il sole (attenzione, dà alla testa), il cocomero e la tintarella.
È la fine di una democrazia. Di una delle tante. La nostra. Pace.

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