Racconti di sabbia – Che suono fa il vento

La rubrica di racconti brevi di Angelo Deiana per L’Arenone. Pillole da mandar giù in pochi minuti, una tantum, per spezzare il tran tran della quotidianità.

Racconti di Sabbia #23: Che suono fa il vento [tempo di lettura: 5 minuti]

Non avrei mai immaginato che sarebbe potuto arrivare questo giorno. E così presto poi.
E mentre tutti ora stanno là, nella stanza a vegliare il morto, io sto qua, chiusa nel mio dolore. Relegata ancora una volta al mio ruolo. Sì, perché io sono stata l’amante. Sempre. Anche quando non stava con nessun’altra ragazza. Io ero comunque l’amante. E lo sono ancora oggi, nel giorno dell’ultimo saluto che a me è negato. Guai a presentarsi lì, a casa dei genitori. Quella casa che pure ho frequentato, di giorno, di notte, in primavera soprattutto, quando chiudevamo le persiane per non farci vedere dalla gente in strada mentre facevamo l’amore.
Me li immagino già, tutti quanti. Staranno lì, intorno a lui, a ricordare. A piangere, a consumare fazzoletti, a dire ognuno qualcosa di scontato. Non parlo di sua madre e suo padre, no. Santi genitori che, in cuor mio, ho sempre saputo mi avrebbero preferita a qualsiasi altra. Ma lui no. Preferiva tenermi così. E ha finito per convincere anche me.

Ci siamo fatti una vita, ognuno la sua. Per diverso tempo non ci siamo visti, soprattutto quando a lui nacque il primo figlio. Per ripicca, pochi mesi dopo, mi sono fatta mettere incinta anche io. Scegliendo per l’ingrato compito l’uomo che ho ancora accanto e che non ho mai amato. È forse il miglior padre di famiglia che possa esserci sulla Terra, ma non è l’uomo che amo. Io amavo lui. Ho amato solo lui. Lui che ora è in una bara – Dio santo – e non so nemmeno come l’avranno vestito. Se ci ha pensato lei è un dramma. Spero solo che la madre, o Sandra, la sorella, le abbiano impedito di prendere decisioni, almeno oggi. La detesto, soprattutto oggi. E mi sento in colpa per questo sentimento. Dovrei essere solidale con lei, capire il suo dolore. Ma non posso. Non ci riesco. Lei è lì, con lui. E io no.

Quando è venuta fuori la nostra storia è scoppiato il putiferio. “Io l’ho sempre immaginato” è stata la frase che ho sentito più di tutte. Ci guardavano come cani arrabbiati. Me soprattutto. Perché tanto la colpa è sempre della donna. All’uomo la scappatella è concessa. A noi no. Noi siamo le puttane. Loro sono i latin lover.
Eppure ci siamo rimessi subito in marcia. Passato lo scandalo abbiamo continuato. Ci siamo rivisti, abbiamo ripreso, con tempi e modi differenti. Non potevamo permetterci un altro passo falso. E ce l’abbiamo fatta, fino alla fine. Ma per tutti, per la famiglia, per “la gente”, come la chiamava lui, la ferita è ancora calda. E io sono sempre la puttana. Non posso presentarmi a casa sua. Ma quanta voglia ho di salutarlo nessuno lo sa. Nessuno, oggi, pensa al mio dolore. Nessuno pensa al bacio che vorrei dargli sulle labbra per un’ultima volta. Nessuno pensa al mio diritto di dargli quel bacio. Mi negherebbero l’accesso in casa. Lei urlerebbe come una pazza. Non lo faccio solo per rispetto di suo padre e sua madre. Non vorrei concedergli un altro dolore. E me ne sto qui da sola, ad ascoltare il vento nel solo posto che ci ha sempre visti felici. E immagino una sola cosa: il funerale di stasera. Mi truccherò, mi maschererò, mi metterò un grande velo nero per nascondermi, e ci andrò. Non mi riconoscerebbe nessuno, ma devo esserci. Non posso mancare… Non posso sopportare che tutti saliranno all’altare, per quel maledetto ultimo saluto, e diranno qualcosa di lui e io no. Io. La sola che forse lo ha conosciuto davvero.

Ci saranno quelli che gli hanno sempre leccato il culo, quelli che lo hanno osannato quando era in vista. Ci sarà qualche altra amante, più brava di me, certo, che non si è mai fatta scoprire. Del resto l’ho sempre saputo di non essere stata la sola. Sapevo però di essere l’unica per lui. Per questo detesto che mi chiamino l’amante. Io sono stata – sono, santo Dio – l’amore! Il suo amore. Amore mio, come mi chiamava lui nei momenti di arrendevole tenerezza. Amore mio, come suonava nel vento.

Cosa direi da quel pulpito? Non lo so di preciso. Sento già il brusio, il chiacchiericcio scomposto, l’eretica entra in scena nel momento sacro. Sento lo sguardo di lei su di me, mentre le lacrime di dolore si trasformano in lacrime di odio. La ignoro. E vado avanti. Non sono lì per lei, non è una partita questa. Non lo è più. Anzi, non lo è mai stata. Ha vinto lei, per quanto mi riguarda. Alla fine non sopportavo più quando lui mi diceva di amarmi, e che come amava me non avrebbe mai amato nessun’altra. Non mi bastava più il solo sentimento. Io volevo quello che aveva lei. Volevo i figli con lui, la casa con lui, i pranzi di Natale con le famiglie riunite, i cani, gli impegni, la sua puzza quando rientrava dalla corsa, i suoi deliri quotidiani, le sue frustrazioni da sfogare.
E invece no. Ho avuto solo i sentimenti. E ho sempre avuto solo il meglio di lui. Gli intervalli. Le sospensioni dalle nostre reciproche vite in cui assaporavamo la felicità in perenne attesa di quegli attimi.
Ho perso quella partita. E non m’importa più. Volevo solo dire: addio, Valerio. Ti ho amato tanto. Il vento non suona più come quando lo ascoltavo con te. Questo direi da quel pulpito. Perché è vero. Non sento più lo stesso vento. È questo suono che non conosco la sua assenza.

Adesso staranno chiudendo la bara. Lo bacerà Lucia, sua madre. Gli darà una carezza composta Paolo, suo padre. Si poserà su di lui Sandra, in un ultimo abbraccio disperato. Poi i figli, e infine lei. A godere di quel diritto che io non ho, e che sento di dover avere.
È così triste, Valerio. Soprattutto perché in cuor mio ho sempre sperato che un giorno, seppure da vecchi, con le dentiere e gli acciacchi, saremmo di nuovo venuti qui, ad ascoltare il vento senza doverci più nascondere.

 

Ti sei perso il racconto precedente? Eccolo: Racconti di sabbia – Ho dimenticato una cosa sul treno

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