Un quarto de l’Ottavo

Approfondimento culturale rubato a parenti vicini e lontani

Che libro è questo Il segreto della cavallina storna. Un’altra verità sull’omicidio Pascoli? Un’opera difantasia? Una ricostruzione storica? Un giallo? Un romanzo di formazione? Ha davvero importanza, mi chiedo, trovare una collocazione di genere? Forse no. Perché ciò che conta, nel marasma spesso confuso della produzione editoriale italiana, è trovare, ogni tanto, un libro ben scritto che, lungo la strada maestra della storia principale, apra sentieri verso altre storie.
Ed è quello che fa Maurizio Garuti con questo suo ultimo libro che “indagando” sulla morte di Ruggero Pascoli, padre del poeta, ci conduce in mezzo a quella civiltà contadina, a quella società contadina che, al di là di tutto, è la vera protagonista di questo Il segreto della cavallina storna. Sì perché quello che viene definito “il giallo più indagato e meno risolto della letteratura italiana” assume tra queste pagine i contorni di un meraviglioso pretesto per parlarci di un mondo, di un modo di vivere e di convivere, colti all’inizio del loro disfarsi.
Voce narrate quella di un bambino, Mario, che nelle campagne romagnole vive con la sua numerosa famiglia in un casale all’interno di una tenuta in cui il lavoro dei contadini è sotto il controllo dei fattori che, per ordine e conto dei signori, controllano (e vessano) il loro operare. Voce narrante unica, dicevamo, per quello che, in realtà, è un romanzo corale. Le sue voci infatti sono quelle della famiglia di Mario, ma anche quelle di una società e quelle della storia.
Mentre gli adulti, alla fievole luce delle lampade, nella stalla o nell’aia, raccontano storie, Mario ascolta anche quello che, appena accennato, non dovrebbe ascoltare. E inizia la sua ricerca della verità, con l’entusiasmo e la furia dei suoi undici anni. Nella sua famiglia c’è un segreto al cui interno c’è un altro segreto che poi è il segreto di tutta una comunità. Quelle campagne, quei canali, quelle cascine e quei crocicchi tra i campi e la Via Emilia hanno assistito a eventi e gesti che, proprio come le radici degli alberi, restano saldamente anche nell’albero genealogico della famiglia del piccolo Mario.
E attorno alla domanda, e al successivo disvelamento del mistero, ruota tutto un racconto di quella che era, appunto, la civiltà contadina, con i suoi riti, i suoi rancori, i suoi silenzi e le sue vendette. Un romanzo che racconta, senza retorica e senza mielosa arcadia, la fatica della terra, la vita che, attaccata alle stagioni, proprio come le stagioni e la terra, sa essere durissima. Eppure. Eppure quando il progresso arriva, prima sotto forma di elettricità, tutto comincia a sfaldarsi. Le ristrutturazioni in chiave industriale anche dell’agricoltura impongono nuove regole. I contadini devono lasciare la campagna e diventare altro. Con tutto ciò che esso significa anche in termini di dinamiche familiari. Là dove c’era una enorme famiglia, ora ci saranno tanti piccoli nuclei e anche i racconti, le favole e i rituali cambieranno. Mario lo sa e sa che deve arrivare alla verità prima che tutto questo sparisca.
Chi ha ucciso il padre di Pascoli e perché? Qual è il segreto che impregna di sé tutta la storia della famiglia Dacòrd e da dove arriva quel soprannome? E davvero si può levare una colpa, ammesso che di questo si tratti, solo raccontandola e passando il testimone da un nonno a un nipote? E, non a caso, la diaspora dalla campagna, gli ultimi saluti promettendosi (pur sapendo che non sarà così) di rivedersi ancora, coincideranno proprio con il funerale di quel nonno. Figura centrale e mitica che rappresenta un’intera civiltà.
Ecco sì, possiamo dire che questo Il segreto della cavallina storna sia più che il romanzo sull’altra verità dell’omicidio Pascoli, sia il romanzo di un cambiamento epocale, di un’epopea contadina in cui tutto è legato a tutto, proprio come nel lavoro della campagna. Il filo rosso dell’indagine di Mario altro non è che il filo rosso dei canali di irrigazione che dovevano essere mantenuti, proprio come mantenuta deve essere la memoria. E non è detto che la verità a cui Mario, alla fine arriva, sia un vero progresso. Non è detto che la verità non sia, invece, proprio come la luce elettrica che, all’improvviso, illuminava tutto, levando le ombre dai visi e facendo calare il silenzio in tavola perché, così illuminati, nessuno sapeva più di cosa parlare. Ecco dunque che le righe finali appaiono ancora più forti: “Alle nostre spalle bruciavano cent’anni di vita. Dal giorno dopo ci saremmo chiamati solo Manfredi. Il nome Dacòrd sarebbe rimasto sepolto sotto la cenere di quel fuoco, insieme a una storia che era stata la prima ricerca di verità della mia vita”.

Geraldine Meyer

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