Racconti di sabbia – Una parentesi

La rubrica di racconti brevi di Angelo Deiana per L’Arenone. Pillole da mandar giù in pochi minuti, una tantum, per spezzare il tran tran della quotidianità.

Racconti di Sabbia #21: Una parentesi [tempo di lettura: 5 minuti]

 

C’è una sensazione che Giulio non è mai riuscito a descrivere.
O almeno così dice lui.
E io ora so qual è.
Nonostante tra qualche ora vada a ritirare uno dei premi letterari più prestigiosi, dentro di sé è deluso, perché sa benissimo che se ha scritto tutti quei libri, nel corso di quasi sessant’anni di carriera, è solo perché ha inseguito costantemente quella sensazione. Senza riuscire a fermarla su carta.
Me l’ha confidato poco fa, quando ci siamo visti in un bar sul lungomare.
Ha rifiutato tutte le interviste, tranne la mia.
Ci conosciamo da sempre, non avrebbe potuto. Eravamo compagni al liceo, non ci siamo mai persi. Io scelsi di inseguire il sogno del giornalista, lui quello dello scrittore. La prima cosa che gli ho detto prima, davanti a un tè caldo, mentre la cameriera andava e veniva innervosendoci con la sua ossessiva premura, è stata che potevamo sentirci appagati, in fondo. Lui però non sembrava convinto, poi ho capito perché. Per via di questa sua ossessione…

Io, naturalmente, ho raccolto molto meno di lui nel corso del tempo, anche se le mie soddisfazioni me le sono tolte. Essere riconosciuto per strada, parlare nei festival, condurre persino trasmissioni tv, negli anni d’oro della Rai… Certo però mi è mancato avere la fama che ha avuto – e che ha – lui. Riconoscimenti, premi prestigiosi, milioni di copie vendute, le foto con la gente, gli autografi e, soprattutto, la riconoscenza. A me nessuno ha mai detto che un mio articolo gli ha cambiato la vita. Invece molte volte mi sono ritrovato a riconoscere nel volto di Giulio l’imbarazzo, e l’inadeguatezza, di fronte a chi, porgendo una copia di un libro per farsela firmare, gli diceva “grazie”.
Giulio ha sempre avuto un rapporto molto diretto con i suoi lettori, d’affetto direi. Meno con i giornalisti e con tutti “quelli del giro”. Molti suoi colleghi, quando mi capita di intervistarli, mi chiedono sempre di lui, sapendo del nostro fortissimo legame. Ma il nostro fortissimo legame, appunto, prevede anche la gelosa custodia di ogni nostro piccolo segreto. Troppi ne conosco io di lui, troppi ne conosce lui di me. Eppure questa storia della “sensazione inafferrabile”, come l’ha definita lui, non la conoscevo. Fino a poco fa, quando me l’ha raccontata.

“Nel pezzo non devi scrivere una sola parola di quello che ti dirò ora, fammi la cortesia”.
“Certo, lo sai che puoi fidarti di me”.
“Ti parlo da amico, non da intervistato. Sono contento di ritirare questo premio, sai?”.
“Sì, posso immaginarlo, è il coronamento di una carriera meravigliosa…”.
“Già… Però mi dà fastidio che arrivi ora, per vecchiaia. Quando invece la sola cosa che avrei voluto dire, non sono ancora riuscito a dirla. In tutti i romanzi, in tutte le pagine, in tutto quello che ho scritto… Ho tentato di riportare ciò che ho provato una mattina di primavera di tanti anni fa. E non ci sono mai riuscito”.
“Lo hai mai detto a voce, senza scriverlo?”.
“Ci sto provando ora. Mentre mi gratto le palle… Questa cosa del premio alla carriera, l’intervista con te… Mi suona tanto di funerale annunciato, mi sembra la mia festa da morto”.
“Beh, grazie di avermi invitato allora”.
“Stronzo, ricordati che dobbiamo morire insieme”.
“E allora vedi di campare, perché io non ho intenzione di schiodare proprio ora. Lo sai a quanto ammonta il premio, sì?”.
“Migliaia di euro, dicono. Non so nemmeno quanti, non mi importava del denaro quando me l’hanno comunicato”.
“Ecco, bisogna almeno bruciarci tutti quei soldi prima di morire, ok? Altrimenti che gusto c’è?”.
“Mi hai convinto”.

Succede sempre così. So che devo buttarla sull’ironico per farlo sciogliere, altrimenti si agita, si blocca, non riesce a tirar fuori quello che ha dentro. Ho pensato anche che forse se non è mai riuscito a descriverla quella sensazione è stato anche per questo, perché l’ha presa sempre troppo sul serio. Ma non ho potuto dirglielo. La letteratura, i suoi libri, se le sue storie, sono state le sole cose che abbia mai davvero preso sul serio. Tutto il resto, invece…
La cameriera intanto era venuta per la terza volta a chiederci se avremmo gradito altro. Dall’occhiata che le abbiamo lanciato deve aver capito, perché poi non si è più fatta rivedere. Ci ha aspettati alla cassa.
“Comunque… Sto per dirti una cosa che da questo momento in poi sapremo solo io e te”.
“Qui la questione si fa interessante… Aspetta che mi avvicino, sto diventando anche sordo”.
“Erano gli anni dell’università…”.
“Gli anni in cui ti sei dato da fare di più…”.
“Non interrompermi, Cristo! Che razza di giornalista sei?”.
“Ma non mi avevi detto che ora avremmo parlato da amici?”.
“Peggio! Che razza di amico sei?”.
“Vai”.
“Erano gli anni dell’università. Io stavo con Gabriella in quel periodo, ma diciamo che dopo un po’ ho conosciuto un’altra persona. E… Sì, insomma, ancora adesso mi vergogno, proprio come mi vergognavo allora, è per questo che non te l’ho mai detto”.
“Mi facevi così moralista?”.
“No, il problema è che mi ci facevo io, moralista”.
“Insomma, ho perso la testa. Ma ti posso giurare che quelli sono stati i mesi più belli della mia vita, ho respirato leggerezza, spensieratezza, vita”.
“Ed è questa la sensazione che volevi scrivere e che non sei riuscito a scrivere? No, perché ti comunico che i tuoi romanzi parlano proprio di questo se non te ne sei mai accorto…”.

“Sì, tutte queste cose sono riuscito a scriverle… Ma la sensazione no. È legata a un ricordo che resiste ancora, mentre molti altri li vedo ormai sbiadire. Era aprile, una mattina di fuga dal mondo, dalla vita, dagli impegni, dalle lezioni, dagli esami, da tutto il pesantume che mi ammorbava. E ce ne siamo stati in casa, semplicemente. Per la prima volta, io e lei. Le tapparelle erano semichiuse, la finestra aperta. Filtrava una luce color seppia, come quella delle vecchie fotografie. E l’aria era una carezza, sulle nostre schiene nude, mentre facevamo l’amore. Poi siamo rimasti lì, distesi sul letto, nudi, abbracciati, a parlare, con gli occhi rivolti al soffitto alto. I piedi si incrociavano, fino a quando lei si è alzata. L’ho vista ondeggiare nella stanza, con il suo sedere perfetto, andare verso la libreria, estrarre un volume, voltarsi. La sua figura esile, le linee disegnate, il pude in penombra. È tornata da me, sempre in quella luce, sempre in quell’odore di primavera. Si è distesa di nuovo accanto a me, mi ha preso il braccio per farsi stringere meglio. Le mie mani sul suo seno. Ha aperto una pagina, doveva conoscerlo a memoria qual libro, quella poesia. Ha letto i suoi versi preferiti. Parlavano di noi, di cosa stavamo vivendo… Era già tutto lì, in quei versi scritti da un altro, letti dalla sua voce, visti dai miei occhi. E io, che ho amato lei, e forse lei soltanto, non sono mai riuscito a scrivere di quel giorno, di quel momento, di lei. Di una parentesi. Ho scritto fiumi di pagine, consumato litri di inchiostro, frasi lunghissime, e non sono riuscito a parlare della sola cosa di cui avrei voluto parlare: di una parentesi”.
“Lo hai appena fatto…”.
Giulio ha sorriso.
“Sì, ma non sono riuscito a scriverlo”.
“Meglio. Almeno hai potuto dirlo a un vecchio amico. E hai potuto pubblicare tutti i libri che hai scritto inseguendo solo quella sensazione”.

“Ci pensavo proprio il giorno che mi hanno comunicato dell’assegnazione del premio”.
“A cosa, a lei?”.
“No, al fatto che ho fatto un grande sbaglio: pensare che la letteratura fosse tutto. La letteratura invece è sopravvalutata. Avrei dovuto parlare di più con te. Dare più importanza alle parentesi”.
Quando gli ho chiesto quale fosse il nome di questa lei, Giulio ha detto che me l’avrebbe svelato solo in punto di morte. E che il motivo per cui a saperlo ora saremmo stati solo io e lui era proprio perché lei se n’era già andata, cinque anni fa.
Io ho chiuso l’intervista e l’ho mandata al giornale.
Poco dopo ho visto Giulio ritirare il suo premio e annunciare dal palco che non avrebbe mai più scritto.
Dalla prima fila, con le dita, gli ho fatto il gesto della parentesi, mentre tutti gli altri intorno a me, invece, applaudivano.

 

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