Un quarto de l’Ottavo

Approfondimento culturale rubato a parenti vicini e lontani

“Sono nata a Taranto, 500 milioni di debiti e 90,3% della diossina che uccide l’Italia. Vivo in via Cagliari 32/A, in una villetta bianca con il cancello in ferro battutto arrugginito. Fumo due pacchetti di Chesterfield blu al giorno, mangio solo caramelle gommose senza zucchero e popcorn al formaggio. Nel tempo libero guardo la televisione o piango. Ho due amiche, Iolanda e Giulia. Avevo un fidanzato, prima che si ammazzasse”.

Comincia così Adesso tienimi di Flavia Piccinni che, dopo essere stato pubblicato nel 2007 da Fazi, torna in libreria grazie all’editore Terrarossa che, con la collana Fondanti, ripropone libri finiti nella dimenticanza del vortice, veloce e onnivoro, del mercato editoriale.

Già dall’incipit si comprende che quello che abbiamo tra le mani è un libro per nulla consolatorio, per nulla facile e, tanto meno, assolutorio. Tutte qualità che lo portano agli antipodi di quella scrittura ombelicale che, spesso, caratterizza la narrativa italiana.

Martina è una giovane ragazza travolta dall’onda mefitica di un amore tossico, fatto di soprusi e violenze fisiche e psicologiche con quello che, ad un certo punto, si scopre essere stato un suo insegnante. Un amore in cui ciò che sembra bello è frutto di un’illusione ottica, come il cielo rosso di Taranto che dietro quei colori affascinanti e suggestivi, manifesta in realtà l’avvelenamento che la sta uccidendo. Taranto, appunto. La città che, in queste pagine, entra con la stessa forza e la stessa sensazione di morte, fisica e civile, con cui entrano Martina e la sua storia.

Era facile cadere nel luogo comune del giovanilismo, della denuncia fatta dall’alto di un pulpito ipocrita. Invece l’autrice riesce a evitare entrambe le cose. Trascinandoci, letteralmente, dentro una storia singola che si intreccia indissolubilmente con quella di una città, dei suoi riti, della sua ipocrisia, di apparenze vuote, eppure di tanta vita, più vera del vero.

Martina ci racconta la storia in prima persona rivolgendosi, a intervalli regolari, all’uomo che non c’è più ma che continua ad agire come un silente veleno, o come una bolla claustrofobica dalla quale nulla riesce a fuggire. Tutto è impregnato da quella presenza/assenza che diviene l’unica realtà possibile, l’unica chiave di lettura con cui Martina pensa di decifrare la sua disperazione, la sua solitudine.

Tra pranzi in famiglia, paradigma di patriarcato familiare e sociale, corse in motorino, birre, sigarette, processioni, Martina si sgretola per tornare a mettere insieme i pezzi solo per farne un grumo sempre più pesante che la porta ogni istante più a fondo.

In uno stile che nulla concede alla retorica e ai clichè, Adesso tienimi diventa non solo il titolo ma la stessa condanna della protagonista e, specularmente, il destino del lettore che da queste pagine fa fatica a staccarsi. Vi sono pagine di una lucidità tagliente, parole in cui pare di avvertire tutto il vuoto e l’isolamento in cui la rete di quell’amore esclusivo e violento ha rinchiuso Martina.

E, sullo sfondo o sullo stesso piano, la città, quella Taranto da cui sembra impossibile andarsene anche quando ci si allontana, che stende una ragnatela di millantate ricchezze, apparenti poteri, vestiti griffati, catene d’oro e vestiti a lutto da esibire.

Martina, in tutto questo, spicca, nonostante tutto, come l’essere umano più vivo e autentico di tutti. In un andamento da tragedia classica, il suo dolore appare come la cosa più potente, più detonante di tutte. In un crescendo di disperazione Martina è forse l’unica che squarcia i veli della falsità, del moralismo, di quell’appiccicoso decoro che tutto deve mettere a tacere, almeno in pubblico.

www.lottavo.it

Adesso tienimi sono due parole che contengono in sé una pericolosa ambiguità. Ciò che, in apparenza, sembra una richiesta di protezione, una assunzione di responsabilità, diventa in realtà un’accusa, una eterna minaccia all’uomo che, neanche con la morte, è riuscito a recidere un pericoloso legame.

Una scrittura sobria e rutilante al contempo che, nel ritmo sincopato diviene quasi parola fisica. Parole come cose. Non vi è leggerezza in queste righe eppure è proprio l’ossimoro di un planare pesante che ci colpisce duramente. In un racconto in cui tutto si dissolve in una furia distruttiva che non concede salvezza e redenzione. Grazie a Terrarossa che ha deciso di riportarlo in libreria.

Geraldine Meyer

Se vuoi leggere l’Ottavo clicca su www.lottavo.it

3Shares
Commenti disabilitati su Un quarto de l’Ottavo