Il crollo del ponte Morandi e il capitale umano. Premi ai supermanager e morti tra le macerie

Il capitale umano oltre ad essere un film diretto da Paolo Virzì, è un concetto con cui ognuno di noi fa i conti quotidianamente. Volente o nolente. Come se avessimo un codice a barre tatuato sul petto. Una cifra. Quanto valiamo. Quanto produciamo. Quanto potenziale abbiamo.

Per definizione con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni acquistate durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi.

Viene messo tutto in gioco quando c’è da muovere del denaro. Si tratta quindi di mutui, attività finanziarie, assicurative, ecc. Non a caso l’antefatto del film è un incidente. Una notte, una vittima, un colpevole e storie che gravitano. Le storie di tutti tranne una. Quella del caduto che non ha più possibilità di evolversi e di produrre.

Alla fine arriviamo a chiederci: “Quanto vale una vita?” Sarebbe bello potersi permettere la domanda: “Quanto vale la vita?” Ma non possiamo. Viviamo con la convinzione che la nostra vita valga più di altre. Che la vita delle persone della nostra società valga più della vita di altre persone che, magari, vivono in un altro spicchio di terra. Ogni dubbio in merito è pura ipocrisia.

Siamo tutti numeri.

Numeri come 5,05milioni, 3,72milioni, 1,28milioni, 560mila, 50milioni, 43, 400.

I primi sono cifre in euro, gli ultimi due sono persone. Anche in questo caso l’antefatto è un incidente. Il crollo del ponte Morandi. Quarantatre morti e quattrocento sfollati.

Sette mesi dopo Autostrade mantiene la concessione, prospera e si difende. Cerca e trova accordi con i cittadini che hanno perso la casa, prevede 50milioni di risarcimenti per le vittime (50 diviso 43) e stanzia stipendi e premi. Sì. Premi. Autostrade si concede il lusso di premiare i dirigenti. 5,05milioni nelle tasche dell’ex ad Giovanni Castellucci, 1,33milioni di retribuzione base più 3,72milioni di bonus. Immaginate di essere amministratori di qualcosa che, letteralmente, crolla. Magari non è crollato per colpa vostra, magari sì. L’unica certezza è che avreste potuto fare meglio il vostro lavoro. Bene. Nel rammarico lo stipendio arriva comunque. Ma il signor Castellucci prende, in più, premi per oltre il doppio dello stipendio. Stesso discorso per il presidente Fabio Cerchiai che intasca 1,28milioni di cui 560mila in premi.

Siamo abituati a tutto questo a tal punto che non consideriamo neanche se sia giusto o meno. Ma facciamo un esempio pratico. Perché per noi comuni mortali rimane difficile fare i conti con i milioni. Concediamo un lavoro a un imprenditore edile. Da gennaio a dicembre. 2mila euro al mese per mantenere la struttura di un piccolo palazzo. Il 15 agosto il palazzo crolla. A dicembre saldiamo i conti pagando 24mila euro. Ma siamo buoni e decidiamo di aggiungere 55mila euro. Un premio.

Messa così è troppo semplice e cade nella banalità. Ma a conti fatti ed eludendo tutte le pratiche dei grossi manager, così è.

La giustificazione è che i bonus riguardano accordi precedenti al crollo e altri affari di Autostrade e società collegate. Verrebbe da dire: Sì. Ma poi il ponte è crollato e quello era l’ad della società che lo gestiva.

Ma che importa? Che importa se venivano previsti soldi per controlli che non sono stati fatti o sono stati fatti male? Che importa se si poteva lavorare meglio?

Strade, ponti e palazzi crollano. Ma i supermanager non crollano mai e, anzi, continuano ad arricchirsi.

Una chiara differenza di capitale umano.

Un uomo caduto mentre percorre Autostrade vale 1,16 milioni per l’intera vita. Un manager Autostrade vale 5,05 milioni solo per l’anno del crollo della strada che stava percorrendo quell’uomo.

Uomini e manager. Morti e ricchi.

E stiamo ancora a chiederci perché crollano strade e ponti. …e la sanità, il sistema scolastico, il sistema idrico… e tutto.

Il resto sono chiacchiere e cifre.

Sembra così ingiusto ma questo è il sistema che abbiamo sposato. La logica del capitale umano. Forse hanno ragione i manager. Hanno capito il gioco e giocano duro. E, diciamocelo, chi non vorrebbe guadagnare cinque milioni in un anno? Proviamo a rispondere senza ipocrisia. Ma niente cambierà, almeno finché il sogno collettivo rimarrà quello di diventare schifosamente ricchi a discapito anche della giustizia. Chiediamoci contro chi puntiamo il dito in questo clima immotivatamente giustizialista e caccia alle streghe da social network.

Nel finale del film di Virzì il capo di una grossa società finanziaria festeggia l’ennesimo successo. Avete scommesso sulla rovina del paese e avete vinto chiosa la moglie del manager. Abbiamo vinto. Ci sei anche tu amore è la risposta. Giusta e brutale.

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