L’estate dai nonni a San Martino. Al castagneto, l’altalena dei ricordi

“Ti costruisco lo scivolo”, diceva mia nonno Umberto per convincermi a rimanere qualche giorno con loro, d’estate, a San Martino. In genere piangevo quando mio padre mi lasciava, ma poi passava subito. Bastava la promessa di quello scivolo e la certezza di avere già l’altalena a farmi passare quel pizzico di mammite che scattava ogni volta che mio padre si alzava da tavola per salutarci e tornare a Viterbo. Poi mia nonna mi preparava il lettino, o meglio, il letto. Quello che una volta era di mio zio Sandro (Alessandro all’anagrafe, ma solo lì. All’anagrafe, appunto). La finestra aperta, faceva caldo. Io e il mio “totto”, il cane di pezza che mi ha accompagnato per circa trent’anni, dormivamo tranquilli. Dopo aver ascoltato con attenzione il ticchettio della sveglia sopra il mobile. La sveglia quella con l’immagine di un piccolo gallo che canta, le lancette lunghe e i numeri scritti in grande. Quelle comprate dai “vucumprà” che di tanto in tanto passavano per le vie del paese. Dormivamo, dopo aver ascoltato con la stessa attenzione il rumore del frigorifero che di tanto in tanto attaccava e staccava. O dopo aver contato i motorini che passavano nel “vicolo di lungo” fino a tardi. Il “giornale radio” delle 7 trasmetteva le principali notizie del giorno. E io mi svegliavo con quella voce ormai familiare che parlava a pochi metri da me. Il profumo del caffè era già nell’aria. Mia nonna era già in movimento da un’ora. Si alzava subito dopo il passaggio del primo pullman. Quello delle 6. Preparava tutto l’occorrente per la giornata. L’acqua no. Quella l’avremmo presa più tardi. Alla fontana del “capone”. Una volta pronti, dopo aver fatto colazione, mio nonno partiva con il suo storico mezzo di trasporto a due ruote. Mia nonna lo chiamava il “motore”. Io e mia nonna uscivamo. Prima tappa il forno in piazza, la pizza rossa e bianca. La famosa pizza del forno di San Martino. E le “pagnottine”. Le rosette. Poi si andava da Carletto e l’Agnesina a prendere la mortadella. A volte si faceva anche un passaggio da Gervaso, al supermercato sulla salita.

E poi avanti, sosta per l’acqua. E finalmente direzione castagneto. Una salita ripidissima, una stradina stretta. Mio nonno era già arrivato. La mia altalena mi aspettava. Dello scivolo non c’era traccia. Ma c’era tanto altro. L’aria buona, diceva sempre mia nonna. C’era Dik, il cagnolone di mio zio. Le galline, i billi, quelli mi spaventavano. La casetta con il letto, un vecchio baule, il tavolo. E tutte le stoviglie. Piatti, pentole, posate.

Le vecchie posate
La vecchia credenza

Una lampada a olio. Quella specie di frigorifero scavato nella terra per mantenere fresche le provviste. Dietro la casetta delle grandi botti e dei grandi fusti pieni di acqua. Ricordo i cartelloni dei gelati. Con i gelati e i prezzi dell’epoca.

Il sole picchiava, ma l’aria era sopportabile. All’ombra dei castagni si stava bene. La sera si tornava a casa prima del tramonto. Il tempo di un gelato da Claudio. E qualche volta, a cena, la pizza ordinata da Saverio. Quando Saverio stava fuori la “porta di sopra”. La sera dopo cena, a volte, mia nonna mi portava giù “alla piazza”, vicino la farmacia. C’erano sempre le sue amiche, alcune anche parenti. Spesso veniva da Roma la sorella di mia nonna, la “Ziliglia”. Dopo qualche anno ho scoperto che era la Zi’ Lilia. Con lei anche i miei cugini di Roma, Barbara e Massimiliano, insieme ai genitori. Altri giorni niente castagneto.  Il pomeriggio a una certa ora si scendeva di sotto, “al fresco”.

Il “vicolo di lungo”

Ricordo la bicicletta rosa di Maria Grazia, la figlia di Nunziatina. Tina o Tinarella per la nonna. Con Maria Grazia giocavamo spesso a campana. La disegnavamo poco più avanti del portone di casa sua. Giocavamo con l’elastico. Oppure guardavamo le nonne fare i ferri. A volte giocavo anche con le nipoti della signora Chiarina, Chiara e Lucilla. I miei cugini Daniele ed Emanuele non erano ancora nati. Daniele arrivò quando avevo sette anni. Se chiudo gli occhi rivedo anche quelle sedie, quelle di una volta. Quelle delle nostre nonne. Di ferro. A stringhe gialle. Il telefono la nonna ancora non lo aveva messo. Telefonavo ai miei genitori dal vecchio telefono a gettoni al bar da Martino oppure accettavo la gentilezza della signora che abitava accanto a mia nonna. La signora Maria. Mia nonna mi diceva sempre che il signore che aveva sposato era il quarto marito. Tra la sesta e la settima tegola del tetto, guardando a sinistra, fuori dalla finestra di casa di mia nonna, c’era un nido di rondini. Avevo memorizzato bene la posizione del nido, per vedere se l’anno successivo quel nido c’era ancora o ne avrebbero fatto uno nuovo.

E queste erano alcune delle mie giornate d’estate della mia infanzia. Ero piccola. Sei, sette anni. Ricordo ancora tutto come fosse oggi. Immagini nitide. Ricordi vivi custoditi in quell’angolo del cuore riservato alle cose belle.  Mia nonna Elsa se n’è andata quattro anni fa. Più o meno in questo periodo. Mi sembra quasi di sentirla lassù. “Avete capito? So “sbinnonna”. C’ho una nipotina col nome mio. Pe provà sta gioia, quasi quasi valeva la pena morì”.

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