Racconti di sabbia – Un treno per Cascais

La rubrica di racconti brevi di Angelo Deiana per L’Arenone. Pillole da mandar giù in pochi minuti, una tantum, per spezzare il tran tran della quotidianità.

Racconti di Sabbia #16: Un treno per Cascais [tempo di lettura: 4 minuti]

L’ho conosciuta in primavera. Una magnifica giornata di primavera, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava*. Ero seduto alla stazione di Cais do Sodré in attesa della partenza del treno per Cascais. La città l’avevo camminata in lungo e largo nei giorni precedenti e adesso mi restava un solo, grande desiderio: l’oceano. Cascais mi era parsa dunque una buona idea. Avevo letto il suo nome in centinaia di pagine di letteratura, in qualche riga di una vecchia guida turistica e persino in una cartolina ingiallita che mi era capitata tra le mani in un mercatino sfigato di Roma. Ho poi preso l’abitudine di utilizzarla come segnalibro, e infatti la stavo rigirando tra le dita anche in quel momento, quando lei si è messa seduta vicino a me e mi ha chiesto: “Italiano, vero?”.

Ho abbozzato un sorriso, e con aria quasi di colpevolezza ho replicato: “Si vede tanto?”.
Si è messa a ridere, ed è in quell’istante che i miei occhi hanno notato le sue labbra, carnose, che davano l’idea di non poter essere da nessun’altra parte se non lì, su quel viso, poco sotto un paio di occhiali scuri.
“Ma no, è che ho visto il titolo del libro”.
L’ho rigirato, per guardare la copertina, chissà perché, come se non la conoscessi… “L’ho iniziato in aereo. Leggo qualche pagina nelle attese”.
“È bello. Pensa, ho finito di ascoltarlo una settimana fa. L’ho trovato molto…”.
“Aspetta, in che senso ascoltarlo?”.
“Nel senso che mi scarico gli audiolibri. Di leggere mi è passata la voglia. E poi così mi affeziono alle voci. Nei momenti di solitudine mi piace credere che qualcuno stia leggendo per me e per me soltanto”.
“Non ci avevo mai pensato a questa cosa. Per come sono fatto io, però, so già che non funzionerebbe. Mi distrarrei subito, non riuscirei a seguire la trama…”.
“Ah, beh, ma quello lo faccio anche io. Ed è bellissimo: non sai che viaggi incredibili si riescono a fare. Sei lì che ascolti, poi ti arriva all’orecchio un nome, un’immagine, un posto… E tu, mentre la voce che legge ti culla, ti ritrovi lì, in quel posto, dentro un’altra storia che ora è solo tua. Provaci, ti rimette al mondo”.
“Sì, magari ci provo… A Cascais per esempio ci sto andando per questo. Il protagonista di uno dei miei libri preferiti la raggiungeva sempre in treno. E mentre leggevo, mi sembrava di essere lì con lui, di vedere la spiaggia, di ammirare l’oceano. In realtà, infatti, sto andando a Cascais non tanto per il protagonista di questo libro, ma per l’oceano. Lo so, è stupido, sempre mare è. Però…”.
“Sì, lo so cosa intendi. Anche io sto andando a Cascais. E anche io amo l’oceano. È vero che se vivi a Lisbona ti pare di starci comunque sempre, sull’oceano… È talmente sconfinato il Tago che non sembra neanche un fiume. Però quando sono libera dal lavoro, prendo la mia tovaglia e scappo lì. Soprattutto in queste giornate di primavera che sanno già d’estate. E poi non vedi quanto sono bianca?”.
E allungò le braccia nude verso di me, come per farmi vedere meglio. La guardai dalla spalla fino alla punta delle dita, ricoperte con lo smalto nero, nero come i suoi occhiali, la sua maglietta, i suo stivali, il suo zainetto da cui spuntava il telo da mare che lei aveva chiamato tovaglia. Questo, almeno, non era nero.
“Ma anche io sono bianchissimo. L’estate scorsa per colpa del lavoro riuscivo a scappare in spiaggia solo verso l’ora del tramonto: adoro il mare in quel momento della giornata. La gente se ne va, l’acqua è calda, i colori meravigliosi. Solo che di abbronzarsi non se ne parla”.
“E allora vieni ad abbronzarti anche tu. La tovaglia è grande, in due c’entriamo”.
Se ripenso a quando era stata l’ultima volta che mi ero sentito in quel modo, risaliva all’epoca in cui il mio cuore non aveva ancora avviato il suo processo di pietrificazione e i miei sensi sbattevano continuamente da una parte all’altra del corpo. In una frazione di secondo mi sentii come risvegliarmi da un lungo letargo. Ma non di quei risvegli lenti e accomodanti. No, fu un terremoto, un sobbalzare dal letto. Un uscire dalla tana a gambe levate e voglia di vita.
Si accorse del mio imbambolamento.
“Che c’è? Non ti va?”.

Devo proprio essergli sembrato uno poco sveglio, porca puttana, pensavo… È durato tutto pochissimo. Ai soli elementi che avevo fino a quel momento – le labbra carnose, le dita con lo smalto nero e le bianche braccia nude – aggiunsi ora un viso da attrice, un seno pronunciato che spuntava da sotto la maglia, delle gambe magre e drittissime.
“No, cioè: sì. Scusa… Volevo dire sì, mi va”.
Iniziai a sudare. E più speravo che quelle stronze di goccioline di sudore restassero nella mia schiena senza affiorare anche sulla fronte, più sentivo quelle stronze di goccioline di sudore affiorare sulla fronte.
Distolsi lo sguardo da lei, passai velocemente la mano sul viso per asciugarmi, sperando di dare l’idea che fosse un gesto abituale, poi misi il libro nella sportina di stoffa. Non so perché lo feci, ma mi sembrò il modo migliore per togliermi dall’imbarazzo.

Lei, invece, restava naturale nella sua posa, nel suo tono della voce, nel suo parlare con me. Ma era evidente che lo sapeva. La stronza. Che sapeva di avermi già abbrustolito con una sola vampata della sua brace.
Mi salvò l’annuncio del treno in partenza.
Ci mettemmo seduti vicini, nel vagone centrale.
“Se è la prima volta, ti cedo il lato del finestrino: la panoramica è mozzafiato”.
La ringraziai, immaginando che di tanto in tanto, lungo il percorso, guardare fuori sarebbe stata una buona via di fuga dai suoi occhi.
Invece, nel dondolio del treno mi sentii incredibilmente in pace, divenni più sciolto, meno rigido. Mi sentii di nuovo me stesso e non più un ragazzino alle prime armi. Parlammo di continuo, senza fermarci mai. Forse durò mezz’ora il viaggio, non ricordo.
Fuori dalla stazione, Cascais mi apparve come nella cartolina che usavo a mo’ di segnalibro. Era più colorata, però. Meno ingiallita dal tempo. Dopo aver fatto alcuni passi, lei mi prese per mano, e io mi lasciai trascinare. Si muoveva tra quelle vie come se si trovasse nel suo paese; mi indicava gli scorci più belli, i palazzi più originali, i ristorantini dove avremmo potuto mangiare.
Mi sentivo galleggiare. Avvertii per la prima volta in vita mia l’inedita sensazione della realizzazione di un desiderio. Allora è così che ci si sente, mi dicevo, mentre raggiungevamo la spiaggia sull’oceano.

L’oceano. Finalmente, l’oceano.
Lei poggiò delicatamente il telo – pardon, la tovaglia – sulla spiaggia, poi si sfilò la maglietta e i pantaloni e restò in un costume intero che esaltava ogni sua forma, ogni guizzo della sua carne. Fossi stato Botticelli, lei sarebbe stata la mia Venere.
“Rimani vestito?”, e già era sdraiata, direzione sole, in una posa languida e irresistibile.
Levai la maglietta, restai in jeans. Mi distesi accanto a lei, cercando di mantenere una giusta distanza, ma concedendomi almeno un primo contatto.
Provai a dire qualcosa, ovviamente fu una cosa stupida, tipo: “Che bello…”.
Lei si avvicinò a me, mi prese ancora la mano.
“Sei strano tu”.
Lo disse con tenerezza.
Mi venne istintivo sdraiarmi ancora un po’, per arrivare all’altezza del suo viso.
La baciai.
Forse un altro me si era improvvisamente impadronito della situazione. Fino a un secondo prima non avrei mai immaginato di essere in grado di fare una cosa simile. Dall’impaccio più totale a un bacio in bocca, diretto, senza intermediazioni. Fu fatale. Fu rivelatore. Fu il paradiso.
Trascorremmo l’intero pomeriggio sulla spiaggia, avvinghiati e eccitati in un trionfo di sensi.
Poi la temperatura iniziò ad abbassarsi repentinamente: non era ancora estate e l’oceano non è il mare.
Feci per riprendere la maglietta. Mi bloccò.
Si guardò intorno, poi mi sussurrò: “Vieni con me”.
Raccogliemmo in una indomabile fretta il telo da mare, la maglietta, lo zaino, la sportina, e lei, trascinandomi per mano, iniziò a correre, fino a che arrivammo dietro una scogliera.
Facemmo l’amore lì, mentre il sole tramontava su Cascais, mentre il Tago sembrava un ricordo.

Sentii improvvisamente un formicolio al braccio, una sensazione di bruciore sul viso e la sabbia sbattermi addosso. Riaprii gli occhi. Un bambino stava scavando una buca con la paletta. Ero disteso sulla spiaggia, alcune persone intorno a me. Non sentivo alcun telo da mare sotto il culo. Tirai su la testa, davanti avevo l’oceano, dietro Cascais.
Lei non c’era.
Il libro si stava facendo scompaginare dal vento. La cartolina ingiallita era forse volata via.
Mi resi conto in quel momento che era stato solo un sogno.
Di quelli che non fanno svegliare.

 

[*Incipit volutamente e palesemente tratto da Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi]

 

Ti sei perso il racconto precedente? Eccolo: Racconti di Sabbia: Non disturbate la cameriera

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