Un quarto de l’Ottavo

Approfondimento culturale rubato a parenti vicini e lontani

La carriera di Junichiro Tanizaki si apre con un piccolo racconto intitolato Il tatuaggio, rintracciabile nella raccolta Pianto di sirena, edita da Feltrinelli. Il racconto venne pubblicato su rivista nel 1910. Sono poche pagine nelle quali è possibile leggere in filigrana tutto Tanizaki, una sorta di condensato dell’opera a venire. Questo succede probabilmente perché pochi autori come lui si sono avventurati sul sentiero della propria ossessione in modo così radicale. Se accettiamo per valida la distinzione che Bertrand Tavernier faceva per i registi, da un lato i contadini che intenti a seminare il proprio campo si muovono lungo l’orizzonte cambiando traiettorie e paesaggi e dall’altro i minatori che scavano ostinatamente in un’unica direzione, allora, sostituendo i registi con gli scrittori, io porrei senz’altro il sommo giapponese nella seconda compagine. Non per questo i suoi libri sono ripetitivi.

Da L’amore di uno sciocco a La chiave, dal Diario di un vecchio pazzo a Vita segreta del Signore di Bushu, passando per La croce buddista, I piedi di Fumiko e Storia di Shunkin il catalogo delle ossessioni del maestro viene declinato nel nome di un’immaginazione labirintica, sospesa tra la tradizione di un giappone che spesso assume idealisticamente i tratti di una vera e propria età dell’oro, come dimostra Il libro d’ombra, abbacinante riflessione sulla bellezza del buio spazzata via dal progresso e dall’illuminazione elettrica, e le spinte di una modernità attraente quanto paralizzante (è questo l’argomento sotteso al Diario di un vecchio pazzo e all’amour fou dell’anziano protagonista per sua nuora che sintetizza desiderio erotico e resa dei conti generazionale). I libri che ho citato sono praticamente tutti capolavori. Tanizaki è perfettamente a suo agio sia quando affronta la misura del romanzo che quella del racconto, trasversale a generi e misure. L’adorazione per una donna, secondo tratti che rasentano il masochismo, è all’apice della macchina narrativa del giapponese. Eppure in queste donne dall’alone demoniaco, all’inizio non sempre consapevoli del proprio fascino, c’è un quid di passività. Non così nella controparte maschile. Una caratteristica degli uomini raccontati da Tanizaki è una sorta, chiamiamola così, di sindrome del regista, un bisogno di controllo che però prevede un secondo tempo della messa in scena in cui questo controllo viene irrimediabilmente perduto. Accade così per il marito frustrato de La chiave che, attraverso lo stratagemma dei diari condivisi, tesse la sua recita dietro le spalle ma anche sotto gli occhi della moglie, e così accade alla coppia de La croce buddista e al triangolo formato con la giovane amante, ben presto capace di capovolgere se non addirittura spezzare gli equilibri. C’è un uomo, insomma che sceglie una donna come incarnazione del proprio fantasma erotico e si prodiga per istruirla, addestrarla, renderla il più possibile copia fedele di quel fantasma e quindi la lascia libera e scatenata. Ne Il tatuaggio è il tatuatore Seikichi a cercare la donna che, debitamente formata, saprà portarlo alla perdizione. Quando la individua gli basta mostrarle un dipinto, una scena di tortura da parte di una giovane e bella aristocratica, ai danni di una torma di uomini oscuri (difficile, tra l’altro, non pensare, come se si trattasse di una dissolvenza incrociata tra Oriente e Occidente, alle incisioni di Bruno Schulz, di poco più giovane) per risvegliare la belva latente in lei. Con un effetto di sineddoche il primo particolare della donna a risvegliare il desiderio di Seikichi è un piede che la giovane sporge negligentemente dalla portantina nella quale è seduta e la contemplazione / venerazione dei piedi femminili è un altro topos fondante dell’opera tanizakiana. Quando la ragazza accetta il ruolo inventato per lei da Seikichi, la sentenza non potrebbe suonare più serena e lapidaria: “Tu sarai la mia prima vittima”. Non più di quattro, cinque pagine, dicevamo, ma assolutamente perfette, come fossero cesellate nel sangue, ed è fra queste righe che prende corpo il mistero dell’arte di Tanizaki, scrittore rigoroso e puro, capace di unire epifanie angeliche e abissi infernali.

Fabio Orrico

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