“Oggi vi chiudiamo noi”: a Taranto esplode la rabbia

“Oggi vi chiudiamo noi”. A Taranto, la città d’origine di chi scrive, l’esasperazione sta raggiungendo toni che mai in passato si erano registrati. Il motivo del contendere è sempre lo stesso: le emissioni, molto spesso nocive, prodotte dalle acciaierie Ilva (e non solo). Gli ultimi dati rilevati da Arpa Puglia hanno nuovamente fatto scattare il campanello d’allarme, ammesso che l’attenzione si sia mai abbassata in questi anni. In pericoloso aumento i livelli di benzene ed è ricomparsa anche la famigerata diossina, quella venefica sostanza che qualche anno fa aveva reso necessaria la “chiusura” del Mar Piccolo (con conseguente trasferimento dei vivai di cozze nella rada di Mar Grande) e l’abbattimento di centinaia di pecore e altri animali da pascolo che avevano solo la colpa di aver brucato erba avvelenata.

Un folto gruppo di cittadini del rione Tamburi (lo stabilimento siderurgico è stato costruito proprio al confine con questo quartiere) e di rappresentanti di movimenti e associazioni si era riunito in assemblea, dopo che il sindaco Melucci con un’ordinanza aveva disposto la chiusura temporanea dei plessi scolastici De Carolis e Deledda, che si trovano a ridosso delle collinette ecologiche dell’ex Ilva, attualmente sotto sequestro per problemi di inquinamento. Dopo la discussione, molto animata (eufemismo), è stato deciso di tenere un sit in davanti alla portineria della direzione dello stabilimento. E qui i manifestanti hanno posto una catena al cancello degli uffici della direzione dello stabilimento Arcelor Mittal (ex Ilva) e poi hanno affisso quel cartello: “Oggi vi chiudiamo noi”.

“Abbiamo ancora bisogno di altri dati Arpa per capire che stiamo morendo?”, urla una mamma residente nel rione Tamburi -. Lo Stato italiano  con 12 decreti ci ha condannati, ha condannato il rione Tamburi. Io spero che adesso il quartiere Tamburi condanni lo Stato”. “Il quartiere Tamburi – aggiunge un ex operaio del siderurgico presente all’assemblea – dichiara guerra allo Stato italiano. Noi cittadini ci siamo stancati di subire in silenzio. Dobbiamo ricordarci che non c’è solo l’Ilva a Taranto, c’è la raffineria, ci sono le discariche…  Siamo stati colpiti 12 volte e noi faremo altrettanto. Li colpiremo al cuore, al profitto, perché per profitto noi ci ammaliamo e moriamo”.

Esasperazione, rabbia, delusione per come sta andando la vicenda. I nuovi proprietari indiani di Arcelor Mittal devono eseguire una serie di bonifiche, ma la situazione dal punto di vista ambientale presenta ancora notevoli criticità, attestate appunto dai rilevamenti di Arpa Puglia. Una situazione esplosiva che deve mettere insieme due esigenze sacrosante: la tutela dell’ambiente e il diritto al lavoro. A Taranto e in provincia non c’è famiglia che non abbia un proprio congiunto impegnato nel siderurgico.

Una situazione ancor più tesa dopo l’ennesima tragedia: Giorgio Di Ponzio se ne è andato dopo aver lottato insieme ai suoi genitori per 3 anni contro un terribile sarcoma. Per ricordare il quindicenne e tutti gli altri “angeli” volati in cielo troppo prematuramente era stata organizzata qualche giorno prima una fiaccolata silenziosa nelle vie del centro, alla quale hanno partecipato migliaia di persone. Anche Arcelor Mittal ha manifestato “vicinanza alla comunità di Taranto, in ricordo di Giorgio e dei giovani tarantini scomparsi”, esponendo a mezz’asta le bandiere e invitando i dipendenti a unirsi al lutto cittadino proclamato dal sindaco Rinaldo Melucci. Diversi esercizi commerciali hanno abbassato le saracinesche al passaggio del corteo e in alcuni luoghi di lavoro si è osservato un minuto di raccoglimento. Sui grandi manifesti affissi in città, oltre a quella di Giorgio, campeggiavano le foto di Lollo Zaratta (morto a 5 anni per un tumore al cervello), Alessandro Rebuzzi (scomparso a 16 anni a causa di una fibrosi cistica), Valentina (che amava Peppa Pig, morta a 3 anni per una leucemia fulminante), Syria (dal sorriso angelico, scomparsa a 4 anni per un neuroblastoma) e poi Roberta, Miriam, Mario, Ambra, Giuseppe, Fabiola…

“Lasciateci salutare i nostri figli degnamente, lasciate che le luci delle nostre candele – hanno detto in coro i genitori – li riscaldino, come quando gli rimboccavamo la coperta, prima del bacio della buonanotte. E che arrivino queste luci, tante, fin lassù”. A Taranto si continua a morire per poter lavorare: ma è umano tutto questo?

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