Il manifesto di Macron e la lezione di Milano

Macron apre la sfida europea con un manifesto che vacilla tra lo strappalacrime, il propositivo e il paraculo.

Prima di tutto è importante riallacciare i rapporti. Vedi l’appuntamento con Mattarella, il monologo con Fazio dove è stato necessario sottolineare l’amicizia tra i popoli, e altri probabili eventi futuri.

Nel manifesto, pubblicato in 28 paesi tra cui anche l’uscente Regno, si apre con l’individuazione del nemico. Il nazionalista.

L’insidia non è l’appartenenza all’Unione Europea ma sono la menzogna e l’irresponsabilità che possono distruggerla.

Il ripiego nazionalista non propone nulla; è un rifiuto senza progetto.

Da qui la parte propositiva.

Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma. E’ il momento del Rinascimento europeo. Pertanto, resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, vi propongo di costruire insieme questo Rinascimento su tre ambizioni: la libertà, la protezione e il progresso.

Ma se i nazionalismi, populismi, salvinismi e altri …ismi puntano tutto il loro consenso sulla paura, il modello proposto da Macron non è da meno. Moderatamente e con meno proclami. Perché, proprio come insegnano i più agguerriti populisti, è un momento in cui se si vuole fare un discorso d’impatto, è necessario citare “sicurezza” almeno cinque o sei volte. E giù, investimenti per la difesa. Sarà poi necessario rivedere molte cose tra cui lo spazio Shengen, la gestione delle frontiere e, perché no, istituire un’agenzia, tipo CIA europea.

In fin dei conti nel manifesto c’è un po’ di tutto. Qualche idea qua, qualche idea là. Le linee guida sono le famose grandi linee.

Andando avanti si parla di commercio e, attenzione attenzione, lavoro e tutela del lavoro. Me lo sarei aspettato all’inizio visto che, essendo italiano, me lo ritrovo nel primo articolo della Costituzione ma sarebbe già una gran cosa se se ce lo ricordassimo anche solo noi italiani.

Dobbiamo riformare la nostra politica della concorrenza, rifondare la nostra politica commerciale: punire o proibire in Europa le aziende che ledono i nostri interessi strategici ed i nostri valori essenziali, come le norme ambientali, la protezione dei dati ed il giusto pagamento delle tasse; e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come fanno i nostri concorrenti americani o cinesi.

L’Europa intera è un’avanguardia: ha sempre saputo definire le norme del progresso. Per questo deve portare avanti un progetto di convergenza più che di concorrenza: l’Europa, in cui è stata creata la previdenza sociale, deve instaurare per ogni lavoratore, da Est a Ovest e dal Nord al Sud, uno scudo sociale che garantisca la stessa retribuzione sullo stesso luogo di lavoro, e un salario minimo europeo, adatto ad ogni Paese e discusso ogni anno collettivamente.

Riannodare il filo del progresso significa anche prendere la guida della lotta ecologica.

Tutto meraviglioso. Perché è bello sbandierare ecologismo, sviluppo, nuove prospettive, ecc. Ma questi sono tutti temi che si stanno rivoltando contro lo stesso Macron. Vedi i Gilet Gialli, le delusioni dei verdi (che saranno fondamentali in queste europee) le dimissioni del ministro dell’ambiente Hulot, ecologista convinto. Ma va bene così, si può sorvolare su questo. In fondo ogni presidente, partito, politico, ha una controparte da fronteggiare.

Quello che conta è che il presidente francese si è autoproclamato paladino dell’europeismo pronto a combattere populismo e chiusure nazionaliste.

Ma come è possibile arrivare al Rinascimento europeo se il dibattito è fermo a “Europa sì, Europa no”?

I proclami dei politici e degli amministratori cercano, in continuazione, nuovi nemici contro cui far abbattere la furia dei followers celando il vero limite di questa società, quello tra eccessiva ricchezza ed eccessiva povertà.

L’Europa è la più grande conquista del dopoguerra e questo sì, è importante ribadirlo. Sempre, a partire dalle scuole. Ma è un continente ancora in catene. Bloccato dagli interessi dei potenti che governano. Non da meno gli interessi di chi si autoproclama europeista convinto.

Più che una lettera dall’Eliseo, un segnale forte è arrivato da Milano. Città natale del populista più potente d’Europa. Di chi ha fatto dell’odio una bandiera. Nell’era dei social network la piazza torna ad essere avanguardia. 250mila persone comuni, rappresentanti di associazioni, esponenti politici e del mondo della cultura hanno manifestato contro questo pesante clima di odio. Questo deve essere il punto di partenza. Quello che parte dalla quotidianità e dai problemi da risolvere immediatamente. Le piccole linee che si fanno strada tra gli strati più bassi della popolazione, che si intrecciano tra loro e diventeranno grandi solo quando saranno comunemente condivise e abbatteranno i confini nazionali.

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