Dumbo e il bisogno della poetica di Tim Burton

A marzo nelle sale cinematografiche il remake del classico Disney diretto da Tim Burton. Un rapporto tra il regista e la Disney che tra rotture e riavvicinamenti dura dal 1976.

Oggi  si riuniscono per rinnovare Dumbo. Il classico in riproposizione live-action. Il protagonista del racconto di Helen Aberson si scontra con una società che lo deride, ha qualcosa di strano che lo rende diverso ed ha un carattere introverso e diffidente. Un personaggio perfetto per Tim Burton che proprio su questi elementi ha costruito una poetica cinematografica.

Atmosfere, scenografie, luci, fotografia, grafica, tematiche… basta un colpo d’occhio. E non esiste, come nel caso di altri registri, un prima, un dopo, un mentre. Un Tim Burton ventenne è il Tim Burton di oggi. E se con il tempo ha potuto contare su maggiori risorse, tecnologie migliori, nuovi e brillanti cast, è sempre visibile la sua idea di cinema e il suo sistema di valori.

La poetica, prima di tutto. Il resto è contorno, apparenza e innovazione.

Dietro ogni sua creazione c’è quel ragazzino che si cullava guardando film horror e provando tenerezza per quei personaggi costruiti per far paura. Consapevole, fin da bambino, che ogni uomo ha una parte oscura.

Il bianco e il nero. Indispensabili l’uno per l’altro e necessari alla formazione di ogni colore.

Giovanissimo, appena diciottenne, ottiene il primo lavoro alla Disney.

“Era una tortura, dovevo disegnare tutte le scene con le graziose bestioline ammiccanti. Semplicemente non ci riuscivo”.

Lui, cresciuto a horror e convinto che ogni mostro avesse un’anima che non aspettava altro di essere svelata.

Nascono le prime divergenze artistiche con il colosso dell’animazione e, di pari passo, l’ascesa vertiginosa verso il suo cinema visionario e il giusto tributo a quei personaggi che proprio non potevano entrare nell’immaginario Disney. Il brand ha infatti come vision “Rendere felici le persone” mentre la visione di Burton sembra essere “Esplorale l’inconscio delle persone”.

Tim Burton riesce ad abbattere le barriere e credenze trasformando l’immaginario collettivo. Nelle sue pellicole c’è sempre una valorizzazione delle diversità. Il senso di incompiutezza, il disagio, i problemi e i difetti diventano punti di forza dei suoi personaggi. Nonostante le loro oscure e strane sembianze i protagonisti timburtiani riescono a far immedesimare un pubblico che, al momento della visione, riesce a liberarsi di ogni tabù, divieto e pregiudizio. Neanche la morte è più un vincolo per l’amore. La vita è fragile. E se viviamo oppressi e spaventati dal “Finché morte non vi separi”, perché il cinema non dovrebbe andare oltre?

Oggi, il ritorno alla Disney. Dumbo è decisamente il più adatto tra i classici Disney. Atmosfere circensi, il carattere dell’elefantino indifeso. Il diverso e non accettato e schernito dalla società che lo circonda, è il personaggio perfetto per la poetica di Tim Burton. Con quel suo tocco gotico e malinconico volto a valorizzare la diversità e i personaggi che soffrono solitudine e disadattamento, perennemente a disagio in un mondo che non li accetta.

Oggi è la Disney a sposare la poetica di Tim Burton. Perché la crisi dello spettacolo, del teatro, del cinema è la crisi della società. L’individuo è ripiegato su se stesso e, invece di sognare nuovi fiabeschi scenari, deve fare i conti con il proprio io. Con i mostri che sono nascosti nel proprio inconscio. L’esplorazione verso la parte oscura dell’anima è un’esperienza con cui, tutti, prima o poi, devono fare i conti. Anche il mondo dello spettacolo se ne sta, lentamente, accorgendo e Disney scopre di avere sempre avuto a disposizione il più grande specialista del lato oscuro.

 

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