Più piccoli de Le ore, La Padania e L’unità (che ha pure chiuso). Ma con orgoglio

Oggi diamo i numeri. I nostri. E spieghiamo perché è inutile darli

No, non avremmo mai voluto scrivere questo pezzo. E no, non ce l’abbiamo con nessuno in particolare. Ognuno è giusto che si faccia i numeri suoi, ci mancherebbe.
È estremamente interessante però analizzare l’andamento di una testata attraverso le contorte dinamiche che la rendono più o meno credibile. Più o meno autorevole. Più o meno utile.
E qui facciamo un passo indietro: L’Arenone non è una testata giornalistica. Un giornale vero e proprio. Non siamo registrati in tribunale (se non per altre cosette…). E nessuno di noi percepisce uno stipendio o un rimborso per scrivere le cazzate che settimanalmente propone.
Avanti quindi con la prima delle grandi assurdità.
Quando abbiamo aperto codesto contenitore di idee, tra i vari step ci è stato chiesto anche da quanti “like” saremmo voluti partire la mattina appena svegli.

In che senso?
Nel senso che i like si comprano. Semplice.
E a che serve avere tanti like?
Serve che altri te li mettono sopra e i tuoi pezzi poi girano forte in rete.
E io che ci guadagno?
Se uno deve investire due spicci in pubblicità e tu hai tanti like magari un pensierino ce lo fa.
Ma qui la pubblicità non c’è.
E allora niente like.

Prima era più semplice, cazzarola. Col cartaceo non ti potevi sbagliare. A fine giornata le edicole facevano i resi e due più due non faceva mai trentotto. Quelle erano le tue copie effettive. Vendute. Adesso invece è un casino. Tant’è che spesso, e questo capita proprio a noi, un pezzo ha trecento like e dieci visualizzazioni.

E ora cosa sono le visualizzazioni?
La gente che ha effettivamente aperto l’articolo.
E scusa, gli altri che fanno? Una cosa sulla fiducia?
No, è che se lo trovano in bacheca. Il titolo è figo…
E cliccano like così, per sport.
Esatto.
Che se poi dentro il pezzo è vuoto o pieno di bestemmie, aria.
Diavolerie moderne.

E fortuna che spesso accade anche il contrario. Che uno si affaccia al sito per vedere come procede il suo pezzo, convinto di aver scritto una cosa da Pulitzer, e alla voce like ne trova tre, quattro al massimo. Poi invece volge lo sguardo ai click, alle visualizzazione, e magari quelle sono cinquecento.

E perché?
Perché la gente ha aperto l’articolo ma non lo ha condiviso.
E perché?
Magari non gli è piaciuto.
E perché?
Mo te meno.
Ok, cambio. Ma alla fine, abbiamo parlato di questo e di quello, qualcuno però ‘sti giornali poi effettivamente se li legge?
Si, no, ni. Vanno bene tutte le risposte.

Tante visualizzazioni non corrispondono per forza di cose a tante letture. Tanti like poi, meno che mai. Se inoltre si procede per statistiche, tipo il 70% dei lettori non va oltre il titolo. Degli altri, quelli colti, tipo solo il 10% arriva a fine articolo. Insomma, c’è da piangere lacrime amare. E pure a questo riguardo ci sarebbero ulteriori dati da poter analizzare (altre pippe mentali non da poco).

Sarebbero?
I tempi di permanenza.
Ossia?
Quanto uno rimane sul sito.
Certo. Perché magari entrano e riescono subito.
Esatto. Oppure se lo leggono tutto.
E in quel caso significa che la testata funge.
Più o meno.

Già. Perché poi il discorso di chiusura è un altro. Quanto vale un click? E per dire, un click del sindaco vale tre di quelli dei comuni mortali? Perché un conto é che a leggerti è uno autorevole. Un conto che il macellaio di Poggibonsi (al quale vogliamo bene) scorre col ditone suo sul telefono tra una costata e due salsicce.

Quindi mi stai dicendo che ci sono testate acchiappone e altre che puntano sulla qualità sapendo già che poi pochi leggeranno?
Perché no.
Del resto anche altri pianeti, tipo la musica, funzionano così.
Preciso.
E L’Arenone, per chiudere, come va?
Bene. È ancora aperto, del resto.
E questo vi basta?
Ci avanza. Scriviamo per noi. Per quei quattro pori cristi che ci leggono. Per Andrea.
E le cose su scala nazionale e locale come vanno invece?
Che ognuno si faccia i numeri suoi. Questo lo abbiamo già detto.

16Shares
Commenti disabilitati su Più piccoli de Le ore, La Padania e L’unità (che ha pure chiuso). Ma con orgoglio