Ciao Giorgio, perdonaci

Giorgio aveva 15 anni e viveva a Taranto. E’ morto qualche giorno fa dopo aver lottato, insieme alla sua famiglia e ai suoi genitori, per tre anni contro il cancro. Che, alla fine, ha vinto e se l’è portato via.

Giorgio aveva 15 anni, viveva a Taranto ed è morto di cancro

E qual è la notizia? Purtroppo, ogni giorno, in ogni angolo d’Italia e del mondo muoiono ragazzini e bambini colpiti da infauste malattie. Vero, terribilmente vero, ma a Taranto la frequenza di certi episodi è maledettamente più alta rispetto ad ogni altra zona della Penisola: ci si ammala molto più spesso e con esiti letali. Lo ha testimoniato qualche anno fa uno studio epidemiologico che ha confermato come il cancro (in tutte le sue multiformi e malefiche manifestazioni) sia nella capitale della Magna Grecia molto più presente che altrove.

Destino cinico e baro? Una maledizione che si tramanda da un paio di millenni, cioè da quando Taranto osò sfidare Roma? No, semplicemente i veleni che si respirano da quelle parti: sostanze pericolosissime dovute alle emissioni dell’Ilva, il colosso siderurgico che da quasi sessant’anni ammorba aria e mare. La causa principale sono i cosiddetti parchi minerari: un’immensa area (pari a una trentina di campi di calcio messi uno affianco all’altro) dove vengono depositati i materiali che poi andranno a finire negli altoforni per essere infine trasformati in colate di acciaio fuso.  Per decenni il vento ha sollevato e trasportato in città, soprattutto nel quartiere Tamburi, polveri d’ogni genere e tutt’altro che benefiche.

Ancora oggi, quando c’è tramontana, il sindaco proclama il “wind day”: in quei giorni ai cittadini viene vivamente consigliato di stare chiusi in casa per non respirare robaccia: non si va a scuola, non si dovrebbe andare a lavorare… Tutti tappati tra le mura domestiche per evitare contatti con il polverone. Incredibile, eppure funziona così. L’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) ha imposto ai nuovi proprietari indiani di Arcelor-Mittal la copertura dei parchi minerari che dovrà evitare, nei giorni di tramontana, lo spolverio sulla città delle materie prime stoccate nel grande deposito a cielo aperto. Si tratta dell’opera di bonifica ambientale più significativa dell’acciaieria, che ne cambierà per sempre il volto. Appaltata all’azienda friulana Cimolai per 300 milioni di euro, dovrà essere terminata entro il 2020. Avrà una lunghezza di 700 metri e una larghezza di 254, per una copertura di 700mila metri quadrati (circa 28 campi di calcio).

Le emissioni dell’Ilva

Intanto si continua a morire di cancro. “Ma siamo tutti italiani? Purtroppo qui non c’è proprio la concezione delle cure perché sanno solo farci ammalare”, ha postato amaramente su Facebook Angelo Di Ponzio, il papà di Giorgio, aggiungendo: “Non ho mai parlato pubblicamente della malattia di mio figlio, sia per non avere la compassione di nessuno e sia perché lui doveva sentirsi normale. Ora basta. Di quello che abbiamo passato in questi anni per cercare di curarlo dopo vari interventi e trattamenti potrei fare un elenco, così come elencare tutte le carenze vissute e che solo spostandoci a Bari e a Milano potevano essere risolte. Purtroppo, se non facciamo niente, siamo costretti a vedere i nostri figli morire e quelli che si salvano lo fanno scappando lontano”.

Lorenzo D’Alò e Fulvio Colucci, due giornalisti tarantini de La Gazzetta del Mezzogiorno (storico quotidiano che in queste settimane sta combattendo una terribile battaglia per la sopravvivenza)  hanno scritto uno splendido libro “Ilva Football Club” in cui raccontano la storia di una squadra immaginaria di calcio. Immaginaria perché composta da giocatori che da tempo sono morti. Che cosa avevano in comune quei ragazzi, oltre la passione per il calcio? Vivevano tutti nel quartiere Tamburi e diversi di loro lavoravano pure nell’Ilva, allora Italsider. Sono morti di cancro, uno dopo l’altro. Si allenavano in un campetto chiamato “Tamburi Nuovo” e quando il pallone finiva fuori lo andavano a recuperare nei parchi minerari. Andrebbe crocifisso chi decise di far sorgere una acciaieria a due passi dalla città, dal quartiere Tamburi in particolare.

Il quartiere Tamburi confina con con l’Ilva

Il Mar Piccolo un tempo era non solo la sede di una delle più importanti basi navali militari del Mediterraneo, ma soprattutto un magnifico “orto marino” adibito alla mitilicoltura, insomma le cozze nere tarantine. Ci trovarono la diossina in quello specchio d’acqua: vivai smantellati e trasferiti in Mar Grande. Duecento pecore furono soppresse: brucavano erba alla diossina…

Qualche anno fa, fu promosso una specie di referendum consultivo in cui in sostanza si chiedeva ai tarantini di dire sì o no all’Ilva. Votarono in pochi, ma con percentuale bulgara la stragrande maggioranza si espresse per tenere in vita l’acciaieria. Già, perché tutti sanno che dalla fabbrica arrivano terribili veleni, ma c’è il pane da portare a casa… Perché se chiude l’Ilva, scoppia una disastro sociale di proporzioni infinite. E intanto si continua a morire.

“Ogni volta che la luce della stanza di un bambino si spegne per sempre, lasciando un vuoto incolmabile e la vera essenza della disperazione – scrive su Facebook il gruppo dei Genitori Tarantini – ci chiediamo come sia possibile che esistano uomini e donne che rimangono indifferenti e, peggio ancora, politici che sono stati, di fatto, responsabili di queste morti, con le loro insane leggi. Tutta la città, oltre alle fabbriche, dovrebbe fermarsi. Non dobbiamo abituarci a queste notizie, non è umano”.  I Genitori Tarantini hanno annunciato una fiaccolata per lunedì 25 febbraio, giorno del trigesimo della morte di Giorgio, il quindicenne stroncato da un sarcoma. E sulla pagina sono apparse le foto di alcuni dei piccoli che sono morti per tumore in questi anni. L’invito è di partecipare tenendo in mano un fiore bianco “per ricordare le vite strappate di questi nostri meravigliosi angeli, figli di una terra bellissima e avvelenata, vittime del profitto di pochi e dell’indifferenza di molti”.

Ciao Giorgio, perdonaci.

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