Un anno senza di te e un motivo in più per andare a vedere la tua Viterbese

Che poi in pratica tra me e il Rocchi le cose non sono andate mai bene bene. Abbiamo sempre avuto i nostri alti e bassi, diciamo. Odio e amore. Superbe incomprensioni e difficili periodi di pace. Un po’ come è stato con te, in fin dei conti.
Io, tu e l’Enrico. Un triangolo impossibile.

La prima volta che sono entrato allo Stadio facevo l’ultimo anno di asilo, credo. O forse ero al debutto alle Elementari. Non sapevo bene cosa fosse un centrocampista ma in parecchi erano pronti a giurare che lo sarei diventato. E la cosa tutto sommato non mi dispiaceva, anzi.
Di punto in bianco però eccoti il portierino (Giulianelli Marco?) con la febbre. E l’1 adesso a chi lo diamo? Domanda da un milione di dollari. A quello di Piansano, logico. Che c’ha già i guantoni. Sì, ma quelli so’ guanti da neve. E che sarà mai? Un dettaglio. Almeno lui ce li ha. Gli altri no.
Et voilà. Una stagione intera tra i pali dei Pulcini. A guardare le chiappe dei tuoi. Due palle così. E poco coraggio o poche primavere per dirlo al mister.
Secondo approccio, pubertà galoppante. Rappresentativa regionale Giovanissimi, mi pare. Io finalmente centrocampista e consapevole. Tribune stragonfie. Vinciamo dieci a uno (oh, 10 a 1) contro il Rieti, e il Rocchi è un brulicare di speranze e osservatori. Il Corriere mi dipinge come “uno tra i meglio…”, ma la febbre del giorno dopo (ce l’avevo anche prima, ma col cacchio che l’ho confessato) mi reclude a casa 15 giorni. Due lunghissime settimane perse nel momento di massima gloria. Che sfiga.
Terzo round. Alla Palazzina mi ci spedisci proprio tu. Non più calciatore, ma nei panni dell’imbrattacarte. Giornalista acerbo.
Quello che si occupava prima di me della cosa se n’era andato (il Goba), e quello che sarebbe dovuto venire dopo (Fede) ancora non c’era. E così per venti pomeriggi la Viterbese me la sono dovuta ciucciare io. Allenamenti infiniti e gradoni gelidi come calippi. Allenatori con poche idee e giocatori di scarsa fantasia. Il migliore era un australiano, per dire. E quando mai è stato forte un australiano? In più i colleghi mi trattavano come un appestato (tranne la celeste Celestini). E quel dirigente lì, che dava sempre le notizie a tutti, a me non mi si filava proprio. Una volta mi hanno scambiato addirittura per uno del Civita Castellana che spiava in vista del gran derby. Momenti mi menano. “Ma c’è uscito un gran pezzo”, il tuo glaciale giudizio aziendalista.
In una manciata di ore, tirando le somme, ho messo un 4 in pagella a Fimiani che mi é costato la pubblica ghigliottina. Alle tre di notte di un sabato ho chiamato per sbaglio il metodista Sbaccanti, svegliandolo. La mattina si giocava. Ho litigato con un allenatore napoletano. E mi ha messo pure il muso quel dirigente volpone che anche tu c’avevi avuto a che dire in passato.
Una strage, insomma.
Il Rocchi era la tua casa, non la mia. Decisamente.
Il Rocchi è sempre stato quel posto che non amavo andarci, ma ci andavo comunque volentieri perché vedevo che al mio ritorno eri soddisfatto di quanto poi avrei scritto. Soddisfatto di quando ho soprannominato “Il capretto” tale Ambrosi attaccante. Soddisfatto di quando il 14 febbraio segnò proprio Sbaccanti (senza telefonata notturna) e potemmo aprire il giornale col titolone “San Valentino”. Soddisfatto perché dopo un po’ Farris mi sorrideva, Paolo il magazziniere mi strizzava l’occhiolino, i colleghi erano meno bestie di Satana e pure Sammontana si era ripreso da quel 4 a Fimiani. Io crescevo. E il merito era un po’ mio ma soprattutto diviso a metà con te.
Ed eccoci all’oggi. Anzi, all’altro ieri. Domenica 20 gennaio 2019. Mancavo da un bel po’, al Rocchi. E stavolta ci sono entrato solo perché tu mi hai costretto. Solo per te, che oggi cazzo è un anno che ci hai lasciati. E per gli amici che mi sono creato attorno al tuo mondo nero su bianco. Gli arenoni.
Non ho visto una grande partita (eufemismo), quattro sberle abbiamo preso. Una rissa sfiorata. E la tribuna stampa è ancora gelida come quel calippo di cui sopra. Non ho salutato tanta gente, che parecchi poi li conoscevo pure ma la sociopatia non è migliorata. Ma confesso che un poco mi sono sentito a casa. Lo ammetto. Perché adesso io, tu e Enrico possiamo finalmente andare d’accordo. Perché adesso e per sempre al Rocchi ci sta il tuo nome su quella targa. All’ingresso della Sala stampa, di sotto. “Andrea Arena. Giornalista libero. Scrittore, amante dello sport, tifoso della Viterbese”.
E chi verrà dopo, chi chiederà di te, di noi, dovrà fare i conti con la memoria sportiva di una città. E pure con me. Pronto più che mai a onorare il tuo stadio. La tua vita. La tua penna geniale. Il tuo mondo.
Sì, ora il triangolo può veramente funzionare. Proviamoci.

P.S. A Nome de L’Arenone un grazie va a tutte quelle persone che si sono adoperate al fine di poter dedicare la Sala stampa dello stadio Rocchi alla memoria di Andrea Arena. Grazie pertanto al sindaco, al prefetto, al presidente Camilli (che nonostante l’incazzatura epocale si è concesso a fine gara). Grazie ai colleghi firmatari, a quelli che hanno già scritto e a quelli che continueranno a farlo. Ma il grazie più grande va alla famiglia di Andrea, su tutti alla mamma Giovanna. Alla dolcissima metà Alessandra. Ad Eleonora Celestini, che s’è messa in testa di fare questa cosa e che c’è pure riuscita, lavorando come suo solito sotto traccia.

(Fotoservizio Massimo Luziatelli e Massimiliano Vismara)

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