Le ragioni dei Gilet gialli. Ne parla da Parigi l’autore Jean-Daniel Magnin

Che alla fine del mese un cittadino non possa permettersi di riempire il serbatoio dell’auto non può essere un problema dovuto, esclusivamente, a un aumento che sta per essere messo in atto a partire da gennaio. Evidentemente le finanze cominciavano a scricchiolare. Anche l’ecologia ha un ruolo marginale in questa storia, semmai quello è un effetto collaterale.

Ci sono dei danni da riparare. Macron vorrebbe fare della Francia il fiore all’occhiello della classifica delle emissioni ma il paese è ancora molto indietro. E se voleva veramente sposare la causa verde aveva tra i suoi Nicolas Hulot il ministro dell’Ambiente, tra i più autorevoli ambientalisti, che a fine agosto ha rassegnato le dimissioni dichiarando che l’ambiente non è tra le priorità dell’attuale governo.

Passano pochi mesi e arrivano i Gilet gialli. Li abbiamo visti sui giornali e in TV. All’inizio la domanda più frequenti riguardava le ragioni di Macron. Chiaro che per limitare le emissioni si debbano tassare i carburanti. Quindi il presidente francese potrebbe avere ragione. Il dibattito si può chiudere qui. Attutire le proteste, andare avanti nelle scelte, tornare tra un anno con una nuova tassazione, altre proteste e così via.

E’ appena passata la quarta settimana dalla nascita dei Gilet gialli. Ora la discussione è stata spostata dai contenuti alle modalità. Oltre mille fermi sabato scorso e un dispiego di forze che neanche dopo gli attentati terroristici. Gli slogan invocano le dimissioni del presidente. “Chi semina miseria raccoglie collera”. Un enorme tricolore nella capitale. Tre colori e tre date: 1789, 1968, 2018. “Yellow is the new red”… Le proteste si sono estese anche a Bruxelles e l’Eliseo teme un golpe.

Jean-Daniel Magnin, scrittore e drammaturgo

I Gilet gialli hanno toccato l’apice del consenso tra la terza e la quarta settimana. Quando a Parigi si è cominciato a temere un eccesso di violenza e vandalismo. L’Interno francese ha mostrato i muscoli ed è riuscito a fermare la parte violenta con perquisizioni, fermi, sequestro di materiali contundenti, blindati, lacrimogeni, proiettili di gomma e tutto il necessario per affrontare una guerriglia urbana cha ha come centro nevralgico gli Champs Elysees.

Hanno fatto scalpore i video di venerdì. Liceali inginocchiati con le mani dietro la testa. E, ancora, quello di domenica con un manifestante disabile che viene bloccato e fatto cadere dalla sedia a rotelle dai gendarmi in tenuta antisommossa. Immagini con un alto contenuto simbolico che mostrano uno Stato forte contro i più deboli.

Tornando ai contenuti di questo movimento, ho voluto parlarne con Jean-Daniel Magnin, scrittore e drammaturgo che vive a Parigi e passa alcuni periodi dell’anno nella Tuscia, a Lubriano. La scorsa settimana (la terza di proteste ndr) stava andando al lavoro al Théȃtre du Rond-Point. Il teatro, che si trova nella zona dell’Eliseo, era stata chiuso per motivi di sicurezza. Jean-Daniel ha quindi osservato e dialogato con i manifestanti.

“All’inizio ho pensato si trattasse di una semplice protesta ma mi sono subito reso conto che questo dei Gilet gialli è un movimento destinato a diventare qualcosa di molto più grande – spiega lo scrittore – Per cominciare la cosa interessante è che ho visto insieme anziani, giovani, adulti e famiglie. Li accomuna la provenienza di classe sociale, bassa e medio bassa. Sta uscendo allo scoperto un numero impressionante di persone che non si sentono, e di fatto non sono, rappresentate in parlamento”.

Il movimento è partito dalle provincie, dalle campagne, da tutte quelle zone lontane dal centro. La popolazione che più soffre i tagli ai servizi e le nuove tasse.

“Hanno occupato strade e rotatorie – continua Magnin – e sono arrivati al centro di Parigi fino all’Arco di Trionfo che è la più grande rotatoria della Francia. Tutti i governi promettono di abbassare le tasse. Macron ha subito tagliato i redditi più alti e fatto una Flat Tax per i più ricchi proprio come ha proposto il centrodestra alle ultime elezioni italiane. Alla fine però, come ogni volta, si finisce per togliere da una parte e aggiungere da un’altra. Non è stato fatto niente per le classi più deboli e a pagare sono sempre studenti, pensionati, e cittadini con redditi bassi. La popolazione non crede più in questa farsa e quando non si arriva alla fine del mese le promesse non bastano più”.

Uno dei roghi accesi dai Gilet gialli nel centro di Parigi

Fino a qui ci sono tutti gli elementi necessari a giustificare un movimento di protesta.

Ho chiesto a Jean-Daniel cosa ci sia di diverso questa volta.

“Non si era mai visto un consenso così grande dietro un movimento di protesta. Un altro importante elemento è che non hanno un rappresentante istituzionale. E’ qualcosa di trasversale – spiega Magnin – La gente non crede più nella democrazia rappresentativa. Non c’è una richiesta specifica e non si sa dove si vuole o si può andare a finire. In ogni movimento di protesta, in genere, c’è un’idea di cambiamento. In questo caso ancora non c’è”.

Dopo la terza settimana di proteste e le notizie cambiano continuamente forma. Si comincia ad avvertire l’entità della questione. Alcuni giornali hanno iniziato a parlare di golpe.

“Ho parlato con alcuni conoscenti – continua – Un amico in Normandia in questo periodo non usa l’auto per paura di imbattersi in uno dei blocchi improvvisati dai manifestanti. C’è anche un dibattito aperto sulle modalità della protesta ma è impossibile non vedere la grande amicizia e solidarietà che nasce tra gente e famiglie nell’occupazione delle rotatorie su tutto il territorio”.

Questa è di fatto una protesta di strada. Strade, caselli, rotatorie. I manifestanti lottano contro la povertà cercando di rallentare le vie di comunicazione. Una modalità che fa crescere l’entità di una protesta che si ramifica sempre più proprio come si ramificano strade e arterie che collegano paesi, città e che arrivano anche oltre confine.

“In Francia c’è la diagonale della povertà, dal Nord-Est al Sud-Ovest. Nei piccoli centri i lavoratori devono fare molti chilometri per andare a lavorare. I piccoli comuni, le scuole, gli ospedali… sono stati accorpati e le persone sono sempre più distanti dai servizi. Tutto questo e la prospettiva di nuove tassazioni hanno portato all’esasperazione. Macron si presenta all’Europa come il paladino della libertà in contrapposizione con i sovranisti. Vuole rendere la Francia accattivante agli occhi degli investitori ma di fatto sta lasciando indietro le fasce più povere della società francese”.

E’ risaputo che quando i francesi protestano non fanno sconti a nessuno.

Un manifestante inscena il saluto di Macron

Sembra la solita storia di lotta all’austerità di questa malandata Europa che vuole andare incontro alla modernità presentando il conto solo alle fasce più povere.

In questo caso non è ancora possibile trarre una conclusione perché, come ha spiegato Jean-Daniel Magnin, siamo di fronte a un movimento spontaneo, senza rappresentanti e senza un’idea specifica per il futuro. Ma è un movimento in continua evoluzione. Cominciano ad arrivare richieste specifiche e nuove proposte.

Questa protesta, nata a causa di una delle tante manovre, potrebbe inglobare ogni tipo di malcontento tanto che, secondo Magnin, alla fine si potrebbe addirittura arrivare a un nuovo sistema governativo.

In attesa del quinto atto della protesta, previsto per sabato, Macron cerca di riparare ritrattando tassazioni e ascoltando le parti sociali. Ma, vista la pretenziosa e rivoluzionaria lista della recente carta ufficiale dei Gilet gialli, il presidente francese avrà molto filo da torcere.

 

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