Elogio dell’interista

Fermatevi. Riflettete. Pensateci, ma bene. Avete presente quanto sia difficile oggi essere interista? A Viterbo, poi? Avere addosso i colori nerazzurri vuol dire essere portati al martirio, al pubblico ludibrio, alla gogna social-mediatica, allo sfottò perenne. Tipo Mandrake, il Pomata e compagnia bella in “Febbre da cavallo”, sempre alla ricerca del purosangue buono (soprattutto sulla fascia…), che invece si rivela quasi sempre un brocco. Però, a proposito di cavalli, all’interista bisogna volere bene, è il vivo consiglio di quello di Troia: fosse solo perché se non esistesse, non esisterebbe nemmeno tutto il contorno che fa la felicità degli avversari.

È tutta colpa degli juventini. Maledetti. Non guardano la loro squadra che vince, preferiscono vedere l’Inter che perde. Che poi, diciamocela tutta, c’è effettivamente da divertirsi. Perché delle sconfitte (o delle mancate vittorie) il nerazzurro ne fa un’arte. Non per niente la chiamano pazza Inter. Un po’ come il Pd, che spesso governa, però come riesce a farsi del male da solo è la sublimazione dell’autolesionismo.

Ripeto, pensateci. Ma bene. Viterbo. Chi è di Viterbo? Sì, proprio lui. Leonardo Bonucci. Neanche il tempo di sfotterlo per il passaggio al Milan (ah, gli “amati” cugini), che questo se ne torna alla Juve e aristà lì, in cima alla classifica, come se non fosse successo niente. Ai nerazzurri resta sempre gridare all’aiutino. Per carità, a volte ai bianconeri arriva. Ma tanto non gli serve: vincerebbero lo stesso.

Fermatevi, riflettete. Viterbo. A ogni partita il gobbo infesta Facebook. Consiglieri comunali, Facchini, giornalisti (una è la peggiore, si fa pure chiamare terza stella…), amici: è gara a chi prende per il culo di più il povero nerazzurro. Mutuando il motto dell’Inter: juventino, amalo. Perché se sparisce, resta poco su cui gioire.

All’Inter per tornare in alto servirebbe una mandrakata, un Jean Louis Rossini che la guidi alla vittoria, pure se gioca con King, Soldatino e D’Artagnan. Ma in fondo il nerazzurro è così, si sfoga stando lì a giustificarsi, come Mandrake nel processo del film: l’interista “è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c’ha na lira e uno che nun c’ha na lire pure se è milionario (Fozza Inda docet). Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che ‘mpiccia, traffica, imbroglia (forse questo è più da Juve, ma vabbè), more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v’ho fregato a tutti e mo’ beccate questa… tié!”.

Poi, gira gira, la tris la becca. Anzi, il triplete. Oh, e comunque è sempre mejo de la Roma.

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