In soffitta, Su quel pianeta libero

Mi piacciono le soffitte. C’è odore del tempo passato. Di vecchi libri impolverati. Di album di figurine mai interamente completati. Di vecchie cartoline “viaggiate”, spedite da parenti mai conosciuti. Un giradischi rotto (canterebbe Fiordaliso) e dischi. Tanti. Michele Zarrillo, Su quel pianeta libero. Il primo disco che mi comprò mia madre. Sulla copertina c’è scritto l’anno. 1981. Adoravo quella canzone. Mi piace ancora molto. Poco dopo arrivò Loretta Goggi con L’aria del sabato sera, anche se in realtà era uscito prima. Anche qui una data, scritta con la penna rossa. 1979. E poi ancora canzoni per bambini, fiabe. Ne ricordo ancora una, Il gigante egoista. Triste. Dannatamente triste. Una roba del genere, insieme a La piccola fiammiferaia, avrebbero dovuto vietarla al di sotto dei 12 anni. E poi 33 giri. Sapore di mare. Pupo! Sì, Pupo con il suo Gelato al cioccolato a Santa Maria Novella, dentro la sua 500. E qui avranno capito solo i veri intenditori. Una passione di mia sorella che spesso, in casa, decideva le hit da ascoltare, e talvolta cantare. Pupo, Ti ricordi. No, Ti ricordi è il titolo di un altro suo brano. Dicevamo. L’odore della soffitta. Bambole di ogni dimensione. Beniamina, Michela (col dischetto dietro la schiena con le canzoncine), Terry, Patatina. Una sedia a dondolo.

Un puff rosso, con dentro i timbri della Walt Disney, i dadi con i personaggi delle fiabe, i fogli con i testi della canzoni di San Remo strappati da Sorrisi e Canzoni la settimana prima del festival, in modo da arrivare preparata alla “prima” dei nuovi brani. Gli album di Hello Spank, Kiss me Licia e quello di Sandokan. Anche questo era patrimonio di mia sorella. Potrei aprire una parentesi su Marianna e la tigre della Malesia, ma lascerò che sia la diretta interessata a farlo in uno dei prossimi articoli. In soffitta ci trovi le pentoline e tutto il fatto apposta per ricreare ambienti casalinghi in miniatura. Per intenderci, tutte le cose da grandi viste con gli occhi dei bambini. Il piccolo carrellino per la spesa (finta), la cassa con dentro ancora le banconote (finte anche queste). Adoravo fare la cassiera. Facevo finta di essere una delle cassiere dell’UPIM (quando UPIM era in via Matteotti, al posto di H&M) o di uno dei supermercati del centro, tipo quello in via dell’Orologio Vecchio che in pochi ricordano. In soffitta c’è odore di chiuso appena entri. Un odore che respiri forte, perché vuoi che ti resti a lungo. Perché sai già che passeranno anni prima di ritornarci. La soffitta della casa dove hai vissuto con i tuoi genitori è un luogo di pace, una specie di zona comfort. Dove c’è buona parte della tua infanzia. È un luogo caldo. E non perché il calore sale in alto. È un ambiente familiare, che ti fa ritrovare. Anche quando sei lontana da te stessa. La luce del faro che ti indica che il porto è vicino. Mi piacciono anche i vecchi garage. Oltre l’odore più o meno forte di benzina e olio, c’è il profumo dei ricordi. Di vecchi giochi chiusi dentro gli scatoloni. Di giocattoli dentro i fustini del Dash. Di giochi in scatola sistemati sopra gli scaffali. Il pranzo è servito, con tutte le portate servite da Corrado, lo Scarabeo e le sue infinite parole da comporre, Bis con tutti i rebus di Mike Bongiorno, Monopoli con tutti i suoi imprevisti e le sue probabilità, tra Parco della Vittoria e via dei Giardini. Ci sono vecchi giornali accatastati, fotoromanzi acquistati in massa da Fernandez. Quelli belli. Tipo “Per un bacio dato troppo tardi” di cui ancora ricordo battute, attori e immagini.

Sono rimasti pochi, migliaia sono finiti nei cassonetti quando ancora non esisteva la differenziata. Un biliardino. Un flipper regalato da mia nonna alla fiera dell’Annunziata. Tutto il kit per il lago: sdraio, ombrellone, tavolinetto da campeggio con dentro le sedie, un secchiello con rastrello, paletta e innaffiatoio. Uno sguardo e per un attimo sei di nuovo in macchina con la tua famiglia, sulla strada per Capodimonte. Alla radio Ci vorrebbe un amico e Fiore di maggio. Il bagno al lago e subito dopo il panino. Ma ritorniamo in garage. In un angolo, ancora lo vedo. Lo vedo nei miei ricordi. Lui. Compagno più o meno fedele della nostra meglio gioventù. Blu, smarmittato. Lo storico Sì. Il motorino. Altro che scooter!! Il motorino!! Quello con i pedali. Con la levetta della riserva. Quello con il tappo della miscela, rigorosamente al due, che fuori Ragioneria spariva una volta a settimana. Il tappo, intendo, non la miscela. Quella in genere la lasciavano. Bello. Elegante. Figo! Non eri nessuno senza il tuo Sì. Anche quello era di mia sorella. Ma poi lei si è convertita alla scooter e il caro motorino lo ha affidato a me. Ci sono andata ovunque. Con qualsiasi temperatura e condizione atmosferica. D’inverno, a San Martino, con la neve ai bordi della strada, sperando di vedere il tizio che mi piaceva. E chi lo sentiva il freddo a 15 anni. Al mare, d’estate. Al lago. Come dicevo, lo vedo solo nei miei ricordi. Non c’è più. Mio padre lo ha smontato. Il pezzo più grosso forse è lo specchietto. Accuso il colpo e chiudo. Chiudo il garage. Chiudo il pezzo della mia rubrica L’Arena dei Ricordi. Non ho parlato di un anno in particolare. Nessun evento nazionale, scudetti, film, oscar e quant’altro. Questa volta non mi andava. Solo ricordi. I miei. E un po’ quelli di tutti noi. 

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